Sabato 06 Settembre 2008
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"CONTI, IL PRESIDENTE DELLA REGIONE APERTA"
"L’8 settembre di venti anni fa moriva il Primo Presidente dell’Umbria in carica dal 1970 al 1976"    sg

di Alberto Stramaccioni

Venti anni fa, appena sessantenne, moriva Pietro Conti il primo presidente della Giunta Regionale dell’Umbria in carica dal 1970 al 1976. Un uomo politico, di parte, un autorevole dirigente del Pci, prima segretario della Federazione di Perugia poi della Camera del Lavoro Cgil che seppe però diventare il presidente di tutti gli umbri, stimato dalla grande maggioranza dei cittadini.


Dopo una lunga attesa con le elezioni regionali del 7 giugno 1970 prende corpo, anche nella nostra terra una nuova istituzione dello Stato, la Regione dell’Umbria. Dal voto emerge una larga maggioranza che governerà la Regione sulla base di un consenso elettorale di circa il 60% dei voti raccolti dal Pci, dal Psi e dal Psiup. 
Primo Presidente della Giunta Regionale è eletto proprio Pietro Conti, a 42 anni, e Presidente del Consiglio regionale diviene Fabio Fiorelli, socialista, chiamato a governare i lavori di un’assemblea legislativa dove siedono molti protagonisti delle battaglie regionaliste degli anni precedenti. Nel primo Consiglio sono presenti infatti per il Pci, oltre a Pietro Conti, Giuseppe Bei Clementi, Settimio Gambuli, Alberto Goracci, Vinci Grossi, Francesco Innamorati, Giovanni Lazzaroni, Francesco Mandarini, Germano Marri, Mario Monterosso, Ezio Ottaviani, Alberto Provantini e Ottavio Rossi. Per la Dc, Araldo Aleandri, Sergio Angelini, Vinicio Baldelli, Sergio Bistoni, Sandra Boccini, Mario Mariani, Ariodante Picuti, Gennaro Ricciardi, Romano Serrano. Per il Psi, Mario Belardinelli, Fabio Fiorelli, Ennio Tomassini. Per il Psiup, Libero Cecchetti. Per il Psu, Domenico Fortunelli. Per il Pri, Massimo Arcamone. Per il Msi, Renato Alpini e Marzio Modena. La Giunta regionale presieduta da Pietro Conti era composta da sei assessori effettivi, Mario Monterosso, Ezio Ottaviani, Mario Belardinelli, Ennio Tomassini, Giovanni Lazzaroni, Libero Cecchetti e da due assessori supplenti Alberto Provantini e Francesco Mandarini. 
Notevole è l'impegno personale di Pietro Conti dall’organizzazione degli uffici alla definizione dello Statuto, alla scelta del suo staff. Decide, senza pregiudizi e settarismi di circondarsi di tecnici e funzionari pubblici qualificati, non importa se di orientamento non comunista li chiama anche fuori dall'Umbria, avviando così anche un’opera di sprovincializzazione culturale della regione e delle sue città. Collaborano con Pietro Conti esperti come Silvano Levrero e Mario Lispi per le questioni economiche, Sergio Mugnai e Mario Pistellini per l'informazione e le pubbliche relazioni, Gianni Barro e Orfeo Carnevali per la politica sanitaria, e molti altri per l'urbanistica e l'assetto del territorio, la cultura e le manifestazioni musicali e teatrali. Giuliano Amato e Paolo Leon saranno poi due dei consulenti più prestigiosi della Giunta regionale.
La Regione dell'Umbria si afferma come un interlocutore autorevole del governo nazionale assieme alla Toscana e all'Emilia-Romagna, le tre “regioni rosse”. 
Pietro Conti, Guido Fanti e Angelo Carossino presidenti dell'Emilia e della Liguria saranno gli uomini-simbolo de1 Pci in un'esperienza di governo vista come alternativa, sia pure in ambito locale, al sistema di potere nazionale guidato dalla Dc.
Nella prima metà degli anni Settanta, periodo di forti tensioni sociali, la Regione dell’Umbria con il suo presidente interviene attivamente nel conflitto fra operai e imprenditori. I tanti anni di lavoro, nel Pci prima e nel sindacato poi, consentono a Pietro Conti di farsi promotore, nella sua veste istituzionale, di accordi e intese tra le parti sociali che rafforzano il ruolo e il peso del movimento dei lavoratori e danno prestigio all'istituzione regionale che sollecita gli imprenditori ad assolvere la loro funzione in una regione depressa. Per far fronte alla difficile situazione economica e sociale Pietro Conti sollecita la Giunta regionale a mettere a punto il Piano regionale di sviluppo 1972-75 che raccoglie gli studi e le proposte per una politica della programmazione sviluppate già negli anni Sessanta.
I primi anni Settanta vedono avviare la nascita del welfare state umbro con la crescita dei servizi e dell'assistenza e con la proliferazione di strutture produttive, dove la Regione svolge un ruolo centrale anche grazie all'opera di Pietro Conti. Egli si muove su due versanti. Da una parte cerca intese con associazioni o con singole personalità degli altri partiti, ad esempio, Sergio Angelini, Sergio Ercini della Dc, Massimo Arcamone del Pri, Domenico Fortunelli del Psdi. Dall'altra collabora con i massimi responsabili delle forze sociali o istituzionali, come Giuseppe Ermini e Lucio Severi dell'Università di Perugia, Giuseppe Bambagioni della Cassa di Risparmio, con le grandi famiglie di industriali come i Buitoni e gli Spagnoli; con la Chiesa, prima con l'arcivescovo Ferdinando Lambruschini e poi con monsignor Cesare Pagani. 
Si punta a realizzare quella Regione aperta slogan elettorale delle sinistre che chiama a raccolta le diverse forze di maggioranza e di opposizione per lo sviluppo della regione. Notevole spazio viene dato negli enti alle forze di minoranza e alcuni atti caratterizzati da un forte valore politico vengono votati anche dalla Dc. I casi più emblematici sono la convergenza sul primo Statuto regionale, ma anche sui Piani regionali di sviluppo, sui quali lo scudocrociato al massimo si astiene, ma non vota mai contro. L'idea di una nuova programmazione unitaria per lo sviluppo aggrega forze politiche e sociali e Pietro Conti ne diviene il principale protagonista e interlocutore. La politica del suo partito e, in particolare, di Enrico Berlinguer del compromesso storico e dell'intesa con il mondo cattolico, rafforza questa sua azione nel governo locale, dove Conti, rivolto soprattutto alla Dc, propone un patto fra tutti i partiti democratici per lo sviluppo dell’Umbria. In questi anni si infittiscono i suoi rapporti con il mondo cattolico, partecipa ai convegni della Cittadella di Assisi e alle settimane di studio della Fireu, dove manifesta la sua aperta disponibilità al confronto tra cattolici e marxisti assieme ad una concreta collaborazione degli Enti locali verso la vita e l'attività degli istituti religiosi di educazione e, più in generale, sui temi dell'assistenza e dei servizi. 
Si impegna per approfondire gli studi sulla realtà umbra e dota così la Regione di un Ufficio del piano, per meglio individuare le linee della programmazione economica, punta alla riforma del Crures (Centro regionale umbro di ricerche economiche e sociali), contribuisce a dar vita all'Istituto per la storia dell'Umbria dal Risorgimento alla Liberazione, oggi Isuc e al Centro studi giuridici e politici.
Accanto alla nascita di queste strutture prende corpo anche una politica culturale turistica che tende a valorizzare, sprovincializzandolo, il patrimonio artistico della regione. Si sviluppano nuove relazioni internazionali per l'Umbria, fioriscono mostre, manifestazioni culturali, teatrali, artistiche e musicali e in particolare prende il via Umbria jazz, con la prima edizione del 1973.
C'è poi da sottolineare in questi anni, l'iniziativa di Pietro Conti per una maggiore qualificazione dell'intervento della Regione in campo economico e agricolo, con la nascita della finanziaria regionale Sviluppumbria e con la riforma dell'Ente di sviluppo agricolo. Ma Conti manifesta una forte sensibilità anche per tutte quelle attività ricreative e sportive che coinvolgono migliaia di persone. Sostiene l'Associazione calcio Perugia che nel 1975-76 porterà per la prima volta la squadra in serie A. Il Perugia dei miracoli di Franco D'Attoma, Ilario Castagner e Silvano Ramaccioni, trova nel presidente della Giunta regionale un tifoso ed un interlocutore attento alle diverse esigenze della squadra.
Più in generale con la guida di Pietro Conti la Regione dell’Umbria conosce un processo di forte modernizzazione sia del suo tessuto economico-sociale che di quello politico-istituzionale e amministrativo. 
Dopo la nascita della Regione, tra il 1970 e il 1978, mentre lo sviluppo è quasi ridotto a zero e una grande crisi investe l'industria e vaste zone del Paese, in Umbria avviene un notevole sviluppo delle attività economiche e dei servizi sociali. L'occupazione aumenta in tutti i settori produttivi: nell'industria (+ 7%), nei servizi (+ 11%), nell'artigianato (+ 10.5%). Il valore aggiunto in agricoltura cresce in Umbria del 31,4%, mentre in Italia soltanto dell'1,4%. Si afferma un forte processo di scolarizzazione sia nella scuola media superiore che nell’Università. Si sviluppano tutti i servizi sociali: dai trasporti pubblici (+ 30%), alle scuole materne ( + 30%) che soddisfano il 100% del fabbisogno. La metanizzazione serve il 60% della popolazione, si completa l'elettrificazione nelle campagne e le abitazioni che ne sono prive, passano da 40 mila a 4 mila. Anche l'incremento della cooperazione è notevole: da 600 imprese cooperative si giunge a 1.000 circa con 6.000 occupati e 70 miliardi di fatturato. Il turismo cresce passando da 2 a 3 milioni di arrivi. La crescita, abbastanza omogenea, della base produttiva e dei servizi evita di aggiungere al tradizionale dualismo dell'economia regionale gli squilibri propri di ogni processo di rapido mutamento.
Riconfermato Presidente della Giunta dopo la seconda consultazione regionale del 1975 l’anno dopo, nel momento del massimo consenso politico ed anche personale di Pietro Conti, viene sostituito alla guida della Regione ed eletto alla Camera dei Deputati per tre legislature fino al 1987, quando diverrà Sindaco di Spoleto, la sua città natale. 
Già nel 1985 Conti, sempre legato alla sua terra, aveva guidato la lista comunale del Pci e quando nel 1987 viene eletto sindaco ha già una padronanza completa dei problemi della città. L’amministrazione comunale si trova in una situazione di profonda crisi incapace di porsi alla testa di un processo di riscatto della città. Pietro Conti si mette al lavoro impegnandosi a tempo pieno (dalle dodici alle quindici ore al giorno) incontrando e ascoltando tutti dagli imprenditori ai più umili cittadini. Definisce un suo progetto di sviluppo per Spoleto che ancora oggi continua a dare i suoi frutti. 
La sostituzione comunque alla guida della Regione lascerà Conti in una grande amarezza personale e l’opinione pubblica abbastanza sconcertata, ma la sua popolarità rimarrà inalterata anche per le caratteristiche che aveva assunto negli anni il suo impegno politico, sindacale e amministrativo. E’ d'altronde Pietro Conti stesso con molta semplicità a definire il carattere e la concezione della sua attività in un’intervista a “Il Messaggero” nel 1975 laddove rispondendo ad una domanda sul come e perché è entrato in politica sostiene che «fu a una riunione dei sindacati, avevo vent’anni o poco meno. Allora mi feci animo, incitai i compagni a smettere le chiacchiere. Mi veniva di parlare adagio a mezza voce. Forse fu questo a sorprenderli, certo è che ascoltarono e approvarono la soluzione che suggerivo».

 

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