Venerdì 04 Marzo 2005
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"Una via democratica per l’Iraq"
"In discussione alla Camera e al Senato il rifinanziamento della missione militare italiana"    sdgdfg

di Alberto Stramaccioni

La vicenda irachena torna periodicamente alla nostra attenzione purtroppo, per i tanti attentati e stragi quasi quotidiane e da ultimo il rapimento della giornalista del “Manifesto” Giuliana Sgrena. 
Le drammatiche immagini del suo appello televisivo diffuse proprio nel giorno della discussione al Senato del decreto sul rifinanziamento della missione militare in Iraq, sono una testimonianza della capacità del terrorismo iracheno di intervenire direttamente nella stessa vicenda politica italiana e internazionale.
Ma oramai dal 30 gennaio, giorno in cui otto milioni di iracheni si sono recati a votare a quasi due anni dall’inizio del conflitto, la situazione è sicuramente cambiata e destinata ancora a cambiare.


L’atteggiamento della sinistra e del centrosinistra italiano deve comunque mutare anche se il governo Berlusconi continua propagandisticamente ad enfatizzare l’intervento americano in Iraq e il conseguente sostegno italiano e della coalizione dei cosiddetti volenterosi. La consistente partecipazione alla consultazione elettorale in un clima altamente pericoloso (dopo decine di migliaia di morti) testimonia la volontà di una larga parte degli iracheni di imboccare la via democratica al di là delle tante delegittimazioni del voto che anche a sinistra si sono sentite. “I veri resistenti sono gli otto milioni di iracheni”, mi sembra l’affermazione più chiara che deve guidare le scelte di politica internazionale della sinistra italiana per giungere alla stabilizzazione dell’Iraq un obiettivo importante per l’Italia, per l’Europa e per la comunità internazionale. Il voto contrario del centrosinistra al rifinanziamento della missione “Antica Babilonia” suscita quindi qualche perplessità anche perché sembra prefigurare il ritiro immediato delle truppe. Una scelta che non contribuirebbe al superamento della crisi irachena e alla stabilizzazione date anche le condizioni di insicurezza tuttora esistenti in un paese che ha avuto migliaia e migliaia di morti e che aumentano ogni giorno tra i soldati e tra i civili..
Dobbiamo invece accompagnare il processo in corso, a seguito del positivo risultato delle elezioni del 30 gennaio, alle quali seguirà ora la nascita di un'Assemblea nazionale con il compito di scrivere la nuova Costituzione irachena, e la formazione di un nuovo governo (anch'esso transitorio) che rimarrà in carica fino alla fine dell'anno quando il paese sarà chiamato a votare la Costituzione ed eleggere democraticamente il nuovo governo iracheno.
Questo è il percorso stabilito con il concorso delle Nazioni Unite ad opera di Brahimi nel marzo 2004 e sancito dalla Risoluzione 1546 del Consiglio di Sicurezza del giugno 2004, approvata all'unanimità che tra l'altro legittima la presenza e il mandato della forza multinazionale per dodici mesi dalla data di questa Risoluzione e cioè fino a giugno di quest'anno, quando la questione sarà rivista.
Il centrosinistra aveva sempre detto no alla missione militare in Iraq se non nell'ambito delle Nazioni Unite. La Risoluzione 1546 doveva indurre la coalizione a rivedere la posizione, cosa che invece non è stata fatta. 
Più recentemente (il 31 gennaio) il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell'Unione Europea ha riaffermato l'impegno a contribuire alla ricostruzione economica, sociale e politica dell'Iraq garantendo il proprio sostegno alle attività dell'ONU in quel paese. Inoltre proprio in questi giorni il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha sollecitato la comunità internazionale a dare il proprio aiuto per la ricostruzione democratica del paese.
In queste circostanze non mi pare realistico chiedere al governo un'azione in sede di Consiglio Europeo e parallelamente in sede ONU per una riconsiderazione della posizione nei riguardi dell'Iraq. Sono condizioni che se anche fossero accettate dal Governo - e non lo saranno - sappiamo che non potrebbero portare a un cambiamento del contenuto della Risoluzione 1546 e di quanto recentemente dichiarato dal Consiglio dei Ministri dell'UE.
Nessuno ha chiesto l'invio di nuove truppe. Il centrosinistra deve invece chiedere al Governo, al di là del rifinanziamento della missione militare in Iraq per altri sei mesi, di dichiarare in Parlamento i suoi intendimenti per il dopo giugno 2005 e di stabilire un calendario per il graduale ritiro delle nostre truppe. La presenza delle truppe di occupazione è intesa a garantire la sicurezza, ma è anche una ragione per gli attacchi della resistenza irachena. Sappiamo infatti che la stragrande maggioranza degli iracheni chiede il ritiro delle truppe straniere.
Per parte del centrosinistra si dovrebbe quindi chiedere al governo un impegno per il ritiro delle nostre truppe dopo giugno 2005. Se il governo desse questa assicurazione si potrebbe annunciare un voto di astensione sul rifinanziamento fino a giugno 2005.
Un voto contrario al decreto sul rifinanziamento significherebbe non tener in alcun conto gli sviluppi in corso in Iraq.
Un voto di astensione non farebbe venir meno l’avversione del centrosinistra ad una guerra che non si voleva e che è stata condannata. Significherebbe quindi prendere giustamente atto dell'esistenza della Risoluzione 1546, dell'atteggiamento dell'UE e del nuovo corso politico che è iniziato in Iraq per volontà espressa del suo popolo.

 

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