Investire sulla ricerca scientifica
La drammatica condizione dell’Italia nel contesto europeo ed internazionale
di Alberto Stramaccioni
Da qualche settimana anche sui più diffusi organi di informazione quotidiana si è tornato a parlare di ricerca scientifica e della drammatica condizione dell’Italia nel contesto europeo e internazionale.
Il giudizio lapidario del commissario europeo Busquin sull’Italia – “non c’è peggior sordo di chi non vuoi sentire” – dice l’essenziale. Nell’ultimo anno il nostro paese ha diminuito la spesa in ricerca del 5.3%. E’ il taglio più forte nell’Europa dei 25, realizzato da un paese che si trova già nelle ultime posizioni e quindi dovrebbe al contrario risalire la china. Nell’università negli ultimi tre anni la spesa è apparentemente aumentata del 2.5%, ma se consideriamo l’inflazione è nella sostanza diminuita bruscamente. E questo proprio nel momento in cui l’università mostra una grande vitalità, con aumenti degli immatricolati e ritorni agli studi di giovani che l’avevano abbandonata o non l’avevano scelta all’uscita dalla scuola. Si strangola nella culla un possibile rilancio della nostra formazione superiore. Come logica conseguenza di tutto ciò l’Italia è precipitata in soli tre anni dal 19° posto al 46° della graduatoria internazionale della competitività.
Siamo vicini al punto di rottura del sistema. A forza di tagliare si rischia di produrre guasti irreversibili. Le colonne portanti del nostro sistema della conoscenza scricchiolano ormai da diversi anni.
1) Si tratta innanzitutto di intervenire sul contesto europeo
E’ vitale per l’Italia agganciare il treno europeo. Quello che rimane di buono della nostra ricerca di se potrà avere un futuro solo se lo integriamo con i grandi centri di ricerca continentali e insieme giochiamo un ruolo nella competizione tecnologica internazionale. L’attuale governo ha sfilato l’Italia da tutte le partite comunitarie più importanti. Bisogna invertire la marcia e tornare ad essere il paese che tira di più nel mettere in comune le risorse con i nostri partner europei.
La Commissione Europea ha proposto di costituire una struttura comune per la ricerca di base, integrando i grandi laboratori nazionali Se ne discute approfonditamente nelle principali cancellerie. La presidenza olandese ne ha fatto la sua priorità. L’ultimo vertice anglo-francese-tedesco l’ha inserita nel documento finale. Il governo italiano si rifiuta di partecipare. E’ utile chiedere che non solo l’Italia sia in prima fila nel progetto, ma sia il primo paese a stanziare un congruo finanziamento. In questo modo avremo voce in capitolo per discutere l’impostazione del progetto e dare una prospettiva positiva agli interessi nazionali. Il rilancio dei nostri enti e in primis del CNR deve essere impostato proprio nella prospettiva di integrazione europea dei grandi centri di ricerca fondamentale.
Per non perdere il passo della competizione internazionale occorre posizionarsi nelle ricerche di avanguardia. Su questo si gioca la qualità del nostro sistema. Occorre perciò concentrare risorse aggiuntive rispetto ai fondi ordinari su poche priorità, con particolare riferimento alle nostre vocazioni. Sarebbe utile finanziare cinque progetti straordinari nei seguenti settori: neuroscienze, biomedicina, spazio, nanotecnologie e scienza dell’informazione. Non si tratta di inventare nuovi strumenti, ma di utilizzare le procedure concorsuali vigenti per allocare finanziamenti nei migliori centri di ricerca italiani. Le procedure di evidenza pubblica devono valere anche per l’IIT che sembra essere l’unica fonte di finanziamento in Europa a scegliere in modo discrezionale i laboratori da sostenere.
2) I giovani devono essere un altro soggetto portante.
Dopo tre anni di blocco delle assunzioni i nostri migliori scienziati abbandonano l’Italia oppure cambiano mestiere. Intanto l’età media dei ricercatori si avvicina ai cinquanta anni. Rischiamo di disperdere una generazione di talenti con un danno che si farebbe sentire nel futuro. Occorre riaprire le porte delle università, dei centri di ricerca e delle imprese alle nuove generazioni.
Al contrario con il blocco di aumento del 2%, con l’ultima finanziaria inferiore alla lievitazione degli stipendi, sarebbe comunque impossibile fare nuove assunzioni. Sarebbe utile un fondo speciale per finanziare l’ingresso di nuove generazioni negli Enti di ricerca e nelle università.
Bisogna aiutare questo positivo fenomeno di ripresa delle iscrizioni dei giovani agli studi superiori. Il vero gap italiano continua ad essere il basso numero di laureati, la metà della media europea. Se vogliamo superarlo non dobbiamo far mancare le risorse all’università, proprio nel momento in cui essa mostra una nuova vitalità. Si dia un tempo congruo all’applicazione delle riforme e poi si faccia un bilancio serio e si apportino le correzioni necessarie. E’ tempo di superare il fossato che si è creato tra Enti di ricerca e università. Ciascuno ha bisogno di ciò che possiede l’altro. Gli Enti hanno bisogno dei giovani che si trovano all’università. D’altronde, molto spesso i gruppi di ricerca universitaria non possiedono la massa critica necessaria e possono trovarla integrandosi con i laboratori degli Enti. Sarebbe quindi utile introdurre la nuova figura del consorzio volontario tra Enti e università per i diversi filoni di attività con forti agevolazioni all’integrazione ed inoltre stabilire il principio che per ciascuna unità di ricerca ci deve essere un finanziamento minimo dell’attività di ricerca. La dottrina del finanziamento zero, che si è sviluppata negli ultimi anni come una presunta efficienza, costituisce in realtà un enorme dispendio di risorse. Infatti, dovendo pagare comunque lo stipendio al ricercatore, soprattutto giovane, è uno spreco non utilizzare pienamente le sue capacità in attività di ricerca.
Una nuova generazione di europei ha maturato ormai l’esperienza di studiare nei diversi paesi. E’ uno dei processi più intensi di formazione della cittadinanza europea. L’Italia è in ritardo, sia per gli studenti che vanno sia per quelli che vengono. Occorre finanziare attività mirate ad accrescere gli scambi sia in entrata sia in uscita. E non solo nel nostro continente. Ad esempio, gli studenti cinesi in Italia sono circa un migliaio, mentre in Germania sono trentamila. Tali differenze non potranno non pesare in futuro sugli scambi economici. Non solo più Erasmus, quindi, si deve aggiungere anche il progetto Marco Polo per facilitare lo scambio di studenti con il resto del mondo ed in particolare con l’Asia.
3) Le imprese non possono non essere il terzo soggetto portante del rilancio della ricerca scientifica in Italia.
E’ ormai ampiamente riconosciuto che la perdita di competitività dipende per gran parte dall’arretratezza tecnologica del nostro sistema produttivo, caratterizzato da un investimento in ricerca quasi tre volte inferiore alla media europea, Non è solo la conseguenza dell’alto numero delle piccole imprese, E’ stato dimostrato le nostre imprese, a parità di settore merceologico e dimensionale nel confronto europeo, presentano una propensione nettamente minore a fare ricerca, Si tratta di problemi più profondi e strutturali che vanno affrontati con politiche costanti nel lungo periodo, Certo non aiuta il crollo degli incentivi per la ricerca, Nell’ultimo anno i due fondi disponibili sono diminuiti rispettivamente del 50 % il FIT e del 70 % il FAR. Occorrono delle politiche mirate per aiutare a innalzare il livello tecnologico delle nostre imprese.
Vanno aiutate con incentivi fiscali le convenzioni dei privati con enti e università. Sono i momenti più efficaci per il trasferimento tecnologico e la diffusione delle competenze.
D’altronde i dati recenti di Assiform denotano una scarsa utilizzazione delle tecnologie nel ciclo produttivo. Certo i computer sono ormai entrati in azienda, ma solo in piccola misura si utilizza Internet per reingegnerizzare l’organizzazione produttiva. E questo ritardo rispetto agli altri paesi è ritenuto una delle cause principali del calo di produttività italiano degli ultimi anni. C’è un vero e proprio digital divide imprenditoriale che va superato rapidamente. Non si tratta solo di incentivare l’acquisto di informatica, ma di aiutare le piccole imprese a compiere il salto tecnologico. Vengono incentivati centri servizi informatici, attività di formazione e diffusione della banda larga per i distretti. In generale si tratta d aiutare le imprese ad innestare le conoscenze moderne sull’antico saper fare. Inoltre, si propone il rilancio dell’investimento pubblico per l’e-government come volano di innovazione tecnologica ed efficienza della pubblica amministrazione.





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