{"id":59,"date":"2010-04-08T02:00:00","date_gmt":"2010-04-08T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/2010\/04\/08\/qla-crisi-viene-da-lontanoq\/"},"modified":"2026-03-06T17:17:03","modified_gmt":"2026-03-06T16:17:03","slug":"la-crisi-viene-da-lontano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/articoli\/la-crisi-viene-da-lontano\/","title":{"rendered":"La crisi viene da lontano"},"content":{"rendered":"\n<h5 class=\"wp-block-heading\">Umbria Rossa, Ascesa e crisi (1945-2010) &#8211; gennaio-aprile 2010<\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Intervista alla rivista &#8220;Diomede&#8221; di Gabriella Mecucci<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Alberto Stramaccioni \u00e8 nato nel 1956. Dal 1992 al 2001 \u00e8 stato prima segretario della Federazione Provinciale di Perugia e poi segretario regionale dell\u2019Umbria e membro della Direzione nazionale del Pds e dei Ds. Nel 2008 \u00e8 stato eletto segretario provinciale e membro dell\u2019Assemblea Nazionale del Partito Democratico. Eletto alla Camera dei deputati nella XIV e XV legislatura \u00e8 stato parlamentare dal 2001 al 2008, membro della Commissione Difesa, della Commissione bicamerale d\u2019inchiesta sull\u2019occultamento dei crimini nazifascisti e della Commissione per le ricompense al valore civile. Laureato in Filosofia, insegna Storia contemporanea all\u2019Universit\u00e0 per Stranieri di Perugia ed ha pubblicato studi e ricerche sulla storia dei sistemi politici nel corso dell\u2019Ottocento e del Novecento. La sua ultima pubblicazione edita dagli Editori Riuniti \u00e8 Storia d\u2019Italia 1861-2006.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Perche \u00e8 i comunisti, hanno governato cos\u00ec a lungo in Umbria e i loro eredi politici continuano a farlo?<\/strong><br>Partiamo dall\u2019immediato dopoguerra: allora la questione che emerse sin da subito fu quella agraria e mezzadrile. La popolazione umbra era composta da un migliaio di agrari che possedevano praticamente tutta la propriet\u00e0 terriera della regione ed avevano intorno a loro centinaia di migliaia di mezzadri molto poveri (ndr nel censimento del \u201951 i lavoratori agricoli, mezzadri e contadini, erano il 50% della popolazione), e numerosi ceti professionali cittadini, borghesia molto legata al mondo dei mille agrari. La maggioranza dei mille agrari \u2013questo il problema- era piuttosto antimoderna. Era sostanzialmente contro lo sviluppo industriale dell\u2019Umbria, ammesso ce ne fossero le condizioni. Questa cultura antindustriale non costituiva una novit\u00e0: c\u2019era dalla fine dell\u2019Ottocento \u2013 primi del Novecento. Mantenerla immutata, dopo la Seconda guerra mondiale, per\u00f2, mentre il mondo si andava sviluppando con innovazioni tecnologiche e scientifiche straordinarie, con l\u2019allargamento dei mercati, ha fatto correre all\u2019Umbria il rischio di apparire come una regione molto chiusa ed arretrata, pi\u00f9 di quanto nei fatti, una parte consistente della popolazione della regione potesse sopportare. Mezzadri contro agrari, dunque, ma anche \u2013 grazie ad una contrapposizione un po\u2019 forzata e in parte artificiosa che il Pci ebbe la capacit\u00e0 per\u00f2 di rendere credibile \u2013 fra conservazione-reazione, rappresentata dagli agrari, e modernit\u00e0 interpretata dai comunisti. Il mondo cattolico e la Dc, infine, non riuscivano a stare n\u00e9 dalla parte degli agrari n\u00e9 da quella dei mezzadri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Luciano Radi sostiene che una parte della Chiesa, della Curia, dei sacerdoti erano essi stessi proprietari terrieri\u2026<br><\/strong>E\u2019 cos\u00ec. Se si guarda alla zona dell\u2019Alta Umbria \u2013 per fare l\u2019esempio pi\u00f9 visibile \u2013 c\u2019erano i preti amministratori di latifondi o comunque di grossi appezzamenti di terreno. Per cui, comunque, il mezzadro vedeva nel sacerdote la controparte e, per questo, si \u00e8 rafforzata la cultura anti-clericale che era gi\u00e0 nata durante lo stato pontificio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La cultura anticlericale che si diffonde finisce dunque col favorire la sinistra?<\/strong><br>S\u00ec. I cattolici sono sempre stati piuttosto intransigenti: lo era certamente la parte maggioritaria di questi. Non erano conciliatoristi, non si identificavano con lo stato. Anzi, erano portatori di una cultura antistatale. Teniamo conto poi anche del grande ruolo che in Umbria ha ricoperto la massoneria: a Perugia, ma anche in alcune altre citt\u00e0 umbre. Se nell\u2019Ottocento c\u2019era una massoneria monarchica e una massoneria repubblicana, una moderata e una liberale, nel dopo Seconda guerra mondiale, la massoneria si colloc\u00f2 in una posizione di mediazione tra le parti. Non va dimenticato che molti dirigenti socialisti erano massoni e che il Psi era forza di governo in Umbria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Torniamo al Pci. Da una parte egemonizza le grandi masse contadine e dall\u2019altra \u2013 all\u2019interno della citt\u00e0 \u2013 stabilisce rapporti privilegiati non solo con gli operai ma anche con quei ceti \u2013 come lei diceva \u2013 che vedono comunque negli agrari delle forze reazionarie, penso in particolare agli artigiani. Una strategia intelligente quella dei comunisti\u2026<br><\/strong>S\u00ec, anche se non va enfatizzato il ruolo del partito. Il Pci, agli occhi dei mezzadri, non era quella grande organizzazione ideologica, legata al potere sovietico. Loro entravano in contatto con i centro quadri, poco pi\u00f9 che alfabetizzati, che stavano nei paesi e nelle citt\u00e0, che erano tornati dalla guerra, che avevano fatto i partigiani. Rientrati nel loro paesi di origine \u2013 anche a causa della grande povert\u00e0 \u2013 erano diventati dei capi popolari naturali. Quando si parla di lungimiranza del gruppo dirigente del Pci tra gli anni \u201940 e \u201950, pi\u00f9 che una particolare originalit\u00e0 e capacit\u00e0 egemonica di questo, vedo un suo assecondare i movimenti sociali contro la povert\u00e0 e l\u2019arretratezza. Movimenti dovuti ad una situazione particolarmente difficile dell\u2019Umbria. Se infatti guardiamo la vita interna del Pci in quel periodo scorgiamo continue lotte, tensioni, problemi, conflitti. Tantoch\u00e9 vengono inviati da Roma alcuni importanti quadri. Non c\u2019\u00e8 una vera autonomia organizzativa e politica del gruppo dirigente comunista umbro negli anni dell\u2019immediato dopoguerra. Non esisteva nella nostra regione una direzione politica che fosse anche espressione della borghesia intellettuale, come accadde a Firenze o a Bologna. Noi eravamo molto pi\u00f9 arretrati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Una certa borghesia intellettuale a Perugia, per fare un esempio, c\u2019\u00e8 stata. Penso ad Innamorati, a Rasimelli\u2026<\/strong><br>Poca. E non ha mai avuto un grandissimo ruolo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>E Rasimelli?<\/strong><br>Rasimelli rappresenta un mix un po\u2019 particolare. Intendo dire che Rasimelli \u00e8 una persona diversa da tutti gli altri. Alla passione politica ha legato la competenza professionale. Alcuni dirigenti del Pci stabilirono legami con l\u2019imprenditoria minore, mentre erano subalterni verso le grandi famiglie della borghesia industriale, dai Buitoni agli Spagnoli, ad altri. E poi, c\u2019era una forte dipendenza anche dall\u2019imprenditoria di stato che a Terni, era una potenza. In citt\u00e0 contava pi\u00f9 l\u2019amministratore delegato della Terni che il sindaco. Eppure c\u2019erano comunisti ovunque, molto pi\u00f9 che a Perugia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Non si pu\u00f2 negare per\u00f2 che la creazione dei sindaci-capilega da parte del Pci costituisce un\u2019importante intuizione, non condivisibile perch\u00e9 mescolava il profilo istituzionale con quello sindacale e di partito, ma molto significativa e foriera di notevoli successi\u2026<br><\/strong>Molti di questi sindaci capilega li abbiamo conosciuti quando eravamo giovani e loro ormai anziani. Penso a Serrafini di Citt\u00e0 della Pieve, a Pierucci di Citt\u00e0 di Castello, a Sonaglia di Umbertide, a Pallucco di Spoleto, a Meoni di Castiglione del Lago. E ad altri. Erano dei personaggi molto importanti nello loro cittadine, ma che poco pesavano nella direzione provinciale e regionale del partito. Aldil\u00e0 delle loro realt\u00e0 locali, non contavano quasi nulla: non erano certo dei leader politici veri e propri. E\u2019 uno stravagante paradosso, ma \u00e8 cos\u00ec: tanto erano importanti in periferia quanto poco nel capoluogo. Me li ricordo, quando venivano a Perugia negli anni Settanta per partecipare ad una riunione di partito. Spesso si raccoglievano intorno ad Ilvano Rasimelli che consideravano una specie di guru. Pendevano dalle sue labbra. Lui aveva con loro un rapporto bonario, ma anche molto paternalistico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Ma nel mondo mezzadrile contavano parecchio.<\/strong><br>S\u00ec, questo \u00e8 vero, ma \u2013 mi ripeto \u2013 non erano dei dirigenti politici nel senso pieno del termine. I primi veri dirigenti del Pci sono quelli che si sono impegnati e formati nel primo dibattito sulla programmazione regionale: il gruppo cio\u00e8 cresciuto e cementato fra il \u201959 e il \u201960 e che poi ha guidato il partito sino e oltre la met\u00e0 degli anni Settanta. Penso a Conti, a Galli, a Rossi, a Maschiella, a Gambuli, a Rasimelli, a Ottaviani e ad altri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Ha accennato al dibattito sulla programmazione regionale degli anni Sessanta, E\u2019 forse quello il momento pi\u00f9 alto del confronto politico regionale?<\/strong><br>In genere quando si parla si dibattito sulla programmazione regionale, si parla di due fasi: quella degli anni Sessanta e quella del decennio successivo. Ritengo che la prima sia l\u2019unico grande momento di creativit\u00e0 e di confronto, la seconda rappresenta, esistendo gi\u00e0 la Regione come istituzione, una messa a frutto delle analisi elaborate nella prima, traducendole nella costruzione concreta dello stato sociale regionale. Si tratta dunque di una fase attuativa, non di studio e di elaborazione: occup\u00f2 tutti gli anni Settanta. Con la nascita della Regione arrivarono i soldi e si poterono fare le leggi per utilizzarli. L\u2019Umbria era ancora arretrata e quel decennio di attivit\u00e0 ebbe un impatto particolarmente importante nella costruzione del consenso. Si pass\u00f2 dall\u2019amministrazione dei comuni al governo di una regione. Ho sempre pensato che il Pci aveva localmente una doppiezza che non \u00e8 propriamente quella togliattiana. E\u2019 una doppiezza in salsa umbra: fatto di molta ideologia rivoluzionaria e di altrettanta pratica riformista. Non bisogna dimenticare che il Pci ha ininterrottamente governato quasi tutte le amministrazioni locali, se si fa eccezione per Assisi e la Valnerina, a parte la parentesi del centrosinistra di circa un quinquennio, in alcune citt\u00e0 fra le quali Perugia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Torniamo al dibattito degli anni Sessanta sulla programmazione regionale\u2026<\/strong><br>Vorrei dire subito che in quel periodo si riprese a studiare l\u2019Umbria, a tentare di conoscerla. E questo non accadeva pi\u00f9 dalla fine dell\u2019Ottocento, al massimo da primi due decenni del Novecento. Scesero in campo allora due gruppi di intellettuali, quello fanfaniano-democristiano e quello comunista, entrambi abbastanza ferrati. Guardandoli retrospettivamente hanno commesso l\u2019errore di pensare che l\u2019Umbria, proprio perch\u00e9 povera ed arretrata, si potesse sviluppare solo con i soldi dello stato, con l\u2019industria di stato e con la grande industria privata. Nessuno di loro \u2013 n\u00e9 i comunisti n\u00e9 i democristiani \u2013 ha mai puntato su una rete di piccola e media impresa. La loro mentalit\u00e0 era prevalentemente statalista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>E i socialisti?<\/strong><br>Alcuni di loro erano un po\u2019 diversi. Penso ad un esponente sindacale come Mario Potenza. I sindacalisti stavano a contatto con i problemi concreti ed erano pi\u00f9 avvertiti, meno ideologici. Capivano che lo stato non poteva essere tutto. Che una sua eccessiva presenza impigriva il sistema imprenditoriale. Cosa che poi abbiamo toccato con mano negli anni Ottanta con la deindustrializzazione che allora si verific\u00f2. Questa era discendente diretta dell\u2019industrializzazione degli anni \u201960 e \u201970. La piccola e media impresa nasceva e moriva, moriva e nasceva. Occorreva cercare di consolidarla, di portarla da piccola a media: sarebbe stata un\u2019alternativa all\u2019industria di stato di Terni e alla Perugina a Perugia. Ma i comunisti non lo capirono e \u2013 per la verit\u00e0- nemmeno i democristiani.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Tornando agli anni Sessanta, l\u00ec cresce un gruppo dirigente vero che conosce l\u2019Umbria. Dopo aver perso al tempo delle grandi battaglie mezzadrili, la Dc non ce la fa per la seconda volta a rompere l\u2019egemonia del Pci, perch\u00e9?<\/strong><br>La volont\u00e0 del gruppo dirigente democristiano di non misurarsi mai in termini di analisi e di politica regionale finch\u00e9 non \u00e8 stata istituita la Regione, \u00e8 stata per quel partito un freno pesantissimo. Al contrario, il Pci ha ragionato sempre con una logica regionalista. I democristiani si sono, col tempo, sempre pi\u00f9 aggrappati al governo nazionale, trasportando quel potere nei collegi dove venivano eletti deputati e senatori dello scudocrociato. L\u2019esempio pi\u00f9 evidente di un simile comportamento sono gli incentivi per Assisi, che spinsero un imprenditore come Colussi a fare la propria fabbrica in quella zona. Furono Ermini e Spitella a garantire questo privilegio alla citt\u00e0. Un secondo esempio riguarda il ternano dove il Dc Micheli, che aveva un enorme potere all\u2019interno delle partecipazioni statali, faceva arrivare copiosi finanziamenti. Malfatti \u00e8 stato l\u2019unico democristiano ad avere una visione regionale, ma non era umbro e non era nemmeno molto amato in Umbria. Questo atteggiamento: la politica, cio\u00e8, fatto collegio per collegio, senza una visione regionale ha rappresentato un grave handicap per la Dc. Mentre il gruppo dirigente del Pci si era mosso sin dagli anni Cinquanta e, poi, in modo particolare, a partire dall\u2019inizio degli anni Sessanta in una logica umbra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Carnieri ha ricordato nella sua intervista che in una campagna elettorale del passato il Pci utilizz\u00f2 lo slogan \u201cl\u2019Umbria siamo noi\u201d. Una frase che racchiude il continuo ancorarsi dei comunisti umbri all\u2019idea di regione. Gli \u00e8 stato risposto da pi\u00f9 d\u2019uno dei nostri intervistati che l\u2019Umbria \u00e8 troppo piccola, non ha la misura giusta per una vera programmazione, che sarebbe stata pi\u00f9 utile se fatta in dimensioni pi\u00f9 ampie, associando l\u2019Umbria ad altri territori. La Dc, ad esempio, parl\u00f2 in passato di \u201cterza Italia\u201d. Cosa ne pensa?<\/strong><br>Questa \u00e8 un\u2019idea molto interessante per l\u2019oggi. Ora la politica interregionale \u00e8 una necessit\u00e0. A quei tempi, per\u00f2, intendo negli anni Sessanta ed immediatamente dopo, la politica della \u201cterza Italia\u201dsignificava consegnare l\u2019Umbria ad una logica di politiche nazionali nell\u2019ambito delle quali una regione come la nostra avrebbe rischiato di restare svantaggiata. O meglio, non ne avrebbe tratto tutti i vantaggi che invece ha ottenuto con le politiche regionali o locali. Mi spiego meglio. La logica del Pci, la cultura politica secondo cui si deve progettare lo sviluppo dentro il confine della regione, \u00e8 risultata storicamente pi\u00f9 utile perch\u00e9 l\u2019Umbria ha al suo interno aree sviluppate e aree sottosviluppate. Cos\u00ec si sono incentivate le une e ben difese le altre, meglio che in una programmazione da \u201cterza Italia\u201d: probabilmente dentro questa categoria gli squilibri anzich\u00e9 assottigliarsi, sarebbero aumentati: l\u2019Umbria del nord si sarebbe legata al Nord Italia, mentre certe aree del sud sarebbero state penalizzate. Nonostante giudichi positivamente la scelta regionalista, occorre riconoscere per\u00f2 che alcuni pesanti squilibri interni alla regione sono rimasti: se si considera il tessuto della piccola e media impresa, esso si sviluppa lungo la E45. Fuori da questa c\u2019\u00e8 ben poco. Il Pci puntava sulla Regione, naturalmente, anche per ragioni di potere: sia per convinzione politico-culturale, sia perch\u00e9 cosciente dei vantaggi che gli avrebbe procurato, i comunisti decisero di anticipare il \u201cgoverno regionale\u201d, prima che l\u2019ente in quanto tale venisse istituito: le due Province (Terni e Perugia), infatti, si coordinarono per realizzare, gi\u00e0 negli anni Sessanta, una programmazione che coinvolgesse l\u2019Umbria intera.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il Pci, dunque, anticip\u00f2 il regionalismo?<\/strong><br>Ho ritrovato alcuni documenti che attestano come una parte della Dc, segnatamente Micheli, era d\u2019accordissimo con i comunisti di utilizzare le due Province per prefigurare la Regione futura. La nascita del Mediocredito regionale, voluta dalla Dc, stava poi dentro questa logica, non in quella della \u201cterza Italia\u201d. Voleva valorizzare infatti la dimensione, l\u2019autonomia e l\u2019identit\u00e0 umbra. Pi\u00f9 avanti l\u2019ipotesi regionalista \u00e8 slittata verso una visione autarchica, mi si passi il termine un po\u2019 forte. Questo \u00e8 accaduto negli anni Ottanta e Novanta. E ancora oggi chi governa regione ed enti locali si fa spesso ispirare da una abbondante dose di autarchismo che talora diventa vera e propria chiusura. E questo non \u00e8 un bene. Anche perch\u00e9 oggi c\u2019\u00e8, al contrario, pi\u00f9 che mai bisogno di aprirsi. Se per problemi quali lo sviluppo del turismo, la difesa dell\u2019ambiente, le infrastrutture usi una logica di autosufficienza non vai da nessuna parte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Parliamo di Perugia che \u00e8 il capoluogo dell\u2019Umbria. La ricordo come una citt\u00e0 piuttosto importante, con una buona qualit\u00e0 della vita e un livello di dibattito intellettuale tutt\u2019altro che disprezzabile, ora la situazione \u00e8 nettamente peggiorata. Penso all\u2019Universit\u00e0, ma non solo. Lo stesso gruppo dirigente del Pci era di gran lunga migliore di quello della anni Novanta. Per non dire della caduta dell\u2019ultimo periodo. Ricordo la creazione di Umbria Jazz e soprattutto il grande dibattito sulla chiusura dello Psichiatrico e sulla psichiatria alternativa. Intendiamoci, era questa una ricerca molto discutibile, che conteneva anche errori ed eccessi, ma produceva cultura. Oggi questa vitalit\u00e0 \u00e8 scomparsa, perch\u00e9?<\/strong><br>Quello che lei ricorda, accadeva negli anni Sessanta e Settanta soprattutto. Vorrei per\u00f2 che fosse ben presente il fatto che la borghesia intellettuale perugina non ha mai fatto parte del gruppo dirigente del Pci, non \u00e8 mai stato fatto un tentativo di integrarla in qualche modo, di coinvolgerla per le sue competenze nel potere. E\u2019 rimasta marginalizzata. Aggiungo che il gruppo dirigente comunista era sostanzialmente perugino centrico. Perugia \u00e8 stata sempre, oggettivamente, la capitale politica dell\u2019Umbria, da Pepoli in poi, ma allo stesso tempo \u00e8 sempre stata poco studiata, analizzata, valorizzata la sua realt\u00e0 culturale. Questa realt\u00e0 veniva considerata una sorta di alleato a distanza del Pci, ma mai veniva portata dentro la politica, dentro alle pi\u00f9 importanti scelte amministrative. Mi spiego meglio. I venti pi\u00f9 autorevoli docenti universitari dell\u2019area umanistico-giuridica dell\u2019Universit\u00e0 di Perugia negli anni Sessanta e Settanta erano personalit\u00e0 notevoli e in parte venivano da fuori Perugia. Venivano considerato dei compagni di viaggio dal Pci di Perugia. Non dialogavano per\u00f2 col Pci a livello locale, intrattenevano col partito rapporti solamente romani. I comunisti umbri avevano un\u2019evidente subalternit\u00e0 intellettuale anche nei confronti del mondo culturale universitario: questa si manifestava sia con la sua marginalizzazione, sia col tentativo di ridicolizzare gli studiosi pi\u00f9 originali e prestigiosi. Purtroppo questa tendenza provinciale e minoritaria affondava almeno in parte le radici nella cultura mezzadrile. Sta di fatto che il mondo universitario perugino \u00e8 stato guidato per 31 anni da Ermini e per quasi 20 da Spitella, cio\u00e8 due democristiani. I dirigenti comunisti locali, anche i migliori fra loro, hanno avuto sempre un\u2019ottica abbastanza chiusa e hanno sempre vissuto l\u2019universit\u00e0 come una realt\u00e0 per loro irraggiungibile. E questa \u00e8 una cosa tipica di Perugia, vorrei dire unica per una citt\u00e0 rossa. La situazione fu profondamente diversa in luoghi come Firenze e Bologna.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Ermini l\u2019ha guidata bene l\u2019Universit\u00e0?<\/strong><br>Ermini non ha solo guidato, ma ha fatto l\u2019Universit\u00e0 degli Studi. Ho visto i dati dell\u2019ateneo perugino anni Sessanta e Settanta, il progresso in termini di aumento delle facolt\u00e0, dei corsi di laurea, del numero degli inscritti \u00e8 in proporzione molto, ma molto superiore rispetto alle altre sedi universitarie italiane. E\u2019 vero c\u2019\u00e8 stato 31 anni (smise di fare il rettore nel \u201976) e quindi ha avuto a disposizione molto tempo. E\u2019 vero che ha fatto il ministro della Pubblica Istruzione e quindi ha avuto molto pi\u00f9 potere di un normale rettore, ma senza di lui tante cose non si sarebbero potute realizzare. Mi raccontava Antonio Pieretti (ndr titolare della cattedra di filosofia teoretica e oggi Pro-rettore) che Ermini prese Palazzo Manzoni per ospitarvi la facolt\u00e0 di Lettere senza avere a disposizione una lira. Era un palazzo abbandonato e in due, tre anni l\u2019ha ristrutturato e ci ha messo la nuova facolt\u00e0, istituita nel 1957. Tutta la parte umanistica dell\u2019Universit\u00e0 non ha avuto inoltre che pochissimi e marginali rapporto col potere locale: l\u2019atteggiamento del gruppo dirigente del Pci si trasferiva anche nelle istituzioni. Diversa \u00e8 la storia di Medicina. In quel caso esistono le convenzioni fra universit\u00e0 e ospedale, e, quindi, c\u2019erano delle ragioni concrete d\u2019incontro. Ma questa \u00e8 stata una vera un\u2019eccezione. I dirigenti locali comunisti, inoltre, non hanno mai investito nemmeno sulla borghesia professionale cittadina. Esaurivano il loro dialogo attraverso gli indipendenti di sinistra: Fernanda Maretici, Roberto Abbondanza e altri. Insomma, io non credo che il Pci in Umbria \u2013 abbia espresso una vera egemonia culturale. Ha marginalizzato una fascia importante di intellettuali e questo ha penalizzato e tutto penalizza la qualit\u00e0 di governo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Questa intervista si sta trasformando in una serrata critica dei gruppi dirigenti del Pci?<\/strong><br>E\u2019 difficile non riconoscere che le cose stanno cos\u00ec. Ne aggiungo un\u2019altra: non mi ricordo di una riunione in cui si sia discusso nel merito di piani urbanistici, o di ambiente, o di sanit\u00e0, e, a conclusione della quale, venissero prese decisioni scaturite da quel confronto. C\u2019era un dibattito ufficiale, che non produceva quasi mai scelte, e uno ufficioso, ben pi\u00f9 concreto, che avveniva in altre sedi. Ti accorgevi che tutti erano molto presi dalle loro varie vicende alla Regione, alla Provincia, nei Comuni e erano poco appassionati e disponibili a discutere di politica senza una finalizzazione immediata. Poi magari, c\u2019erano delle vere e proprie disfide su argomenti di natura prettamente ideologica, argomenti ormai vecchi, superati, da Jurassic Park.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>E la Dc locale?<\/strong><br>La Dc \u00e8 diversa. In quel partito esisteva infatti una separazione tra la competenza tecnica e la competenza politica: non a caso non si \u00e8 mai strutturato come un apparato di funzionari politici, ma di soli funzionari tecnici. I tecnici spesso erano anche politici, ma avevano una competenza nel merito delle questioni. Voglio dire che nelle decisioni contava molto anche la conoscenza tecnica dei problemi. Nel Pci, invece, troppo spesso il contenuto della scelta veniva esorcizzato dalla celebre frase che tutti noi abbiamo sentito milioni di volte: il problema \u00e8 politico. E con questa si chiudeva inesorabilmente il confronto di merito.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il primato della politica \u00e8 tipico del comunismo\u2026<\/strong><br>Ecco, appunto. Il politicismo dei comunisti si nutriva di una lunga storia: da Macchiavelli alla trontiana autonomia del politico. In Umbria, c\u2019\u00e8 stato solo un periodo \u2013 l\u2019ho gi\u00e0 detto ma lo ribadisco \u2013 in cui si \u00e8 tornati a studiare la societ\u00e0 regionale, l\u2019economia, la storia, e a discutere con impegno e competenza dagli anni Sessanta. L\u2019unico gruppo dirigente comunista che si \u00e8 cimentato davvero con questi temi \u00e8 quello che si \u00e8 formato allora. Poi non \u00e8 pi\u00f9 accaduto: i dirigenti successivi si sono misurati poco e niente con le questioni di merito. Erano inoltre poco autonomi rispetto alla generazione precedente di quadri: ciascuno di loro coltivava un rapporto con una sorta di padre politico dal quale non si era mai separato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La nascita della Regione muta sostanzialmente la vita politica dell\u2019Umbria e, in particolare, del Pci, dove a met\u00e0 degli anni Settanta si consuma un grande scontro. Che cosa accade davvero fra la fine degli anni Sessanta e il 1975-1976?<\/strong><br>Per l\u2019Umbria, il presidente della Regione \u00e8 una figura di grande rilevanza e di notevole potere. Un ruolo di gran lunga superiore a quello che il presidente assunse in Emilia e in Toscana. Analizzarne le ragioni sarebbe complesso. Richiederebbe l\u2019apertura di una lunga parentesi. E\u2019 importante per\u00f2 segnalare che lo scontro nel Pci avviene proprio per riaffermare che non c\u2019\u00e8 un uomo solo al comando di nome Pietro Conti. All\u2019inizio, sino al \u201972-73, non venne compreso il grande cambiamento negli assetti di potere che avrebbe introdotto la Regione e lo scettro che avrebbe consegnato al suo presidente, solo pi\u00f9 tardi fu chiaro. Ed \u00e8 da allora che si apre nel Pci il grande conflitto che porta alla sostituzione di Pietro Conti con Germano Marri. Secondo me, il partito ha iniziato a trasformarsi radicalmente in quegli anni. Mi spiego meglio. E\u2019 entrato in crisi un organismo collettivo che analizzava, conosceva, discuteva, e progettava lo sviluppo dell\u2019Umbria nella maniera pi\u00f9 unitaria possibile. Dopo la Regione tutto finisce col concentrarsi in questa istituzione, nella sua presidenza, nella mani degli assessori. Diventa molto diffusa la tendenza nei quadri di partito a raggiungere l\u2019obiettivo di un posto di potere alla Regione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Era inevitabile che finisse cos\u00ec?<\/strong><br>In fondo \u00e8 stata la cultura istituzionale, prevalente nel Pci \u2013 che pure \u00e8 un elemento per altri versi positivo \u2013 ad aver spinto le cose in questa direzione. Il potere nel partito e nella societ\u00e0 \u2013 questo il convincimento diffuso \u2013 si pu\u00f2 gestire davvero, solo se si governano le istituzioni pi\u00f9 rappresentative e pi\u00f9 importanti. E l\u2019istituzione di gran lunga pi\u00f9 importante \u00e8 la Regione. E\u2019 vero che il Pci ha sempre amministrato in Umbria, ma una cosa \u00e8 avere nelle proprie mani i Comuni e le Province, un\u2019altra \u00e8 avere un potere unitario che pu\u00f2 legiferare come quello della Regione. Muta profondamente la qualit\u00e0 del potere. Il fenomeno che porta il partito a farsi stato prende dunque piede con l\u2019istituzione della Regione. Un processo lungo che, via via, logora quell\u2019organismo dirigente collettivo che era stato il Pci in Umbria alla fine degli anni Cinquanta e Sessanta. Un processo questo \u2013 se \u00e8 consentito un parallelo ardito- che \u00e8 tipico dell\u2019Unione Sovietica. Ricordo che si facevano riunioni solo ed esclusivamente sull\u2019attivit\u00e0 della Regione e su quello che diceva la Regione. O per sostenerla o per avversarla. Il punto di riferimento per\u00f2 era quello e, sempre di pi\u00f9, solo quello.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Eppure quando lei data l\u2019inizio della crisi del partito, si verificarono importanti episodi politici promossi proprio dalla direzione regionale del Pci: penso ad esempio al dialogo che si apr\u00ec fra cattolici e comunisti\u2026<\/strong><br>Attenzione, fu l\u2019arcivescovo Cesare Pagani ad aprirlo. Fu lui a porre il problema del rapporto fra i poteri, con le istituzioni, e, in particolare, con la massoneria. E bast\u00f2 questa sortita, che ritengo di notevole interesse e importanza, per mettere in difficolt\u00e0 i comunisti. L\u2019alto prelato affrontava infatti un tema che il Pci non aveva mai affrontato: la questione della trasparenza dei poteri, del ruolo del Grande Oriente. Pagani criticava anche la Democrazia Cristiana: coloro che erano democristiani e anche massoni, ecc. C\u2019era \u2013quando parl\u00f2 Pagani- un sistema politico tale che l\u2019elemento consociativo prevaleva un po\u2019 su tutto il resto, anche a danno della trasparenza e della democrazia stessa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Ma c\u2019era una consociazione anche con la massoneria?<\/strong><br>Questa sarebbe uno di quei problemi da studiare. Negli anni Ottanta per\u00f2 \u2013 come ho gi\u00e0 detto- il partito socialista era un punto di riferimento della massoneria pi\u00f9 di altre organizzazioni politiche. E il Psi governava col Pci in Umbria. Ci sono numerose tesi di laurea che mettono in evidenza come moltissimi iscritti al partito socialista dichiaravano di essere anche iscritti alla massoneria, quindi era un dato oramai strutturale. Con la politica regionale il rapporto era &#8211; diciamo cos\u00ec- di buon vicinato. Quando nel 1993 sono venute fuori le liste degli iscritti alla massoneria \u00e8 successo un pandemonio. Perch\u00e9? In quell\u2019occasione \u00e8 emerso infatti il problema vero: quello di una sorta di doppia fedelt\u00e0, di un doppio giuramento di alcuni esponenti delle istituzioni, uno dei due era quello fatto alla massoneria. In quegli anni, che erano poi anche quelli di tangentopoli, si dimisero alcuni sindaci. Ritornarono allora sul tappeto i temi proposti pi\u00f9 di dieci anni prima da monsignor Pagani. E non \u00e8 che Pagani fosse un rivoluzionario: temeva semplicemente che il deismo massonico potesse essere confuso con la fede cattolica. Allora i comunisti risposero, ma furono scavalcati in lungimiranza dal mondo cattolico e non affrontarono, con tutta la seriet\u00e0 che meritava, la questione che avrebbe poi prodotto cos\u00ec importante sconquasso negli anni Novanta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Abbiamo appena lambito il tema del Psi nel anni Ottanta. Il craxismo rappresenta a livello nazionale una grande innovazione, lo \u00e8 stato anche per l\u2019Umbria?<\/strong><br>La politica la fanno le persone e, dal 1972 fino al 1992 nella nostra regione \u00e8 stato eletto un signore che si chiamava Enrico Manca e , per vent\u2019anni, lui \u00e8 stato il punto di riferimento dei socialisti umbri, anche se c\u2019era chi cercava di divincolarsi da questa logica. Ma lui c\u2019era e decideva. Quando \u00e8 stato presidente della Rai ha fatto dell\u2019Umbria un terminale di iniziative nazionali. Manca non si muoveva su una linea craxiana: di craxismo da noi se ne \u00e8 respirato ben poco. Non c\u2019\u00e8 stata la conflittualit\u00e0 a sinistra, eccettuati rarissimi episodi. Enrico Manca ha sempre voluto tenere un rapporto positivo con il partito comunista.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Insomma, il craxismo in Umbria non c\u2019\u00e8 stato?<\/strong><br>C\u2019\u00e8 stato un \u201cmanchismo\u201d con qualche elemento di craxismo. In Umbria c\u2019era qualche dirigente craxiano, penso ad Aldo Potenza e altri, ma erano tutti abbastanza attenti a non urtare troppo Manca. Non era semplice per loro muoversi. Avevano pur sempre a che fare con un importante dirigente nazionale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Lei ha mai avuto l\u2019impressione che la Dc non volesse conquistare l\u2019Umbria?<\/strong><br>Ho sempre avuto la sensazione, come ho detto all\u2019inizio che \u00e8 difficile ragionare sulla Dc come un partito che aveva un approccio regionale unitario. Per i democristiani non hanno mai avuto un grande rilievo gli organismi dirigenti regionali. Si muovevano piuttosto con una logica politica legata ai collegi elettorali, alle zone d\u2019influenza, ai vari leader delle correnti. Pi\u00f9 interessante \u00e8 vedere che cosa hanno fatto i dirigenti che a turno sono stati sottosegretari o ministri: \u00e8 il caso di Ermini, Malfatti e Radi. Se facciamo questo tipo di analisi, scopriamo che Ermini \u00e8 il padre dell\u2019Universit\u00e0 degli Studi, che Spitella si \u00e8 mosso molto per la Stranieri, Radi ha operato a vantaggio di un certo mondo imprenditoriale, artigianale, commerciale, avendo anche prodotto analisi interessanti sulla situazione economica e sociale dell\u2019Umbria, Malfatti ha portato avanti alcune aree (alta Umbria, Perugino), Micheli ha operato nel ternano e nella Valnerina, Bambagioni alla Cassa di Risparmio. Per non dire del ruolo che altri dirigenti intermedi della Dc hanno avuto nelle Camere di Commercio, la presenza del partito fra gli insegnanti, nei provveditorati e in altre articolazioni istituzionali e sociali. Insomma, la Dc ha contato molto in Umbria. Ha fatto molto. Non \u00e8 vero che \u00e8 stata assente o surclassata dal Pci. La sua impronta l\u2019ha lasciata, eccome! L\u2019immagine che questa regione \u00e8 stata tutta in mano ai comunisti \u00e8 sbagliata. La Dc ha avuto un potere probabilmente meno appariscente, ma consistente. Non \u00e8 mai diventata il primo partito, ma ha pesato quanto il Pci. E poi occorrer\u00e0 pure sfatare un mito: i nostri amministratori avevano eccellenti rapporti con i leader Dc. Non c\u2019era fra loro una guerra ideologica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Parliamo di sistema industriale. Sulla Perugina ci sarebbe da aprire un grosso capitolo. Sulla sua fine come gruppo industriale autonomo pesano molte responsabilit\u00e0. Che cosa \u00e8 accaduto davvero?<\/strong><br>Le responsabilit\u00e0 della fine vanno individuate prima di tutto nella congiuntura economica e finanziaria degli anni Settanta. Naturalmente quelle difficolt\u00e0 le hanno vissute numerose altre aziende che per\u00f2 le hanno brillantemente superate. Oltre ai problemi oggettivi, esistono dunque anche le responsabilit\u00e0 soggettive. La mia impressione \u00e8 che l\u2019errore fu quello di entrare in una logica multinazionale, soffrendo di una fragilit\u00e0 finanziaria e di una evidente sotto capitalizzazione. Questi handicap sono emersi in tutta la loro gravit\u00e0 nell\u2019impatto con la crisi internazionale. A questo vanno aggiunti i contrasti famigliari che hanno esposto il gruppo alla politica di alcuni manager, talora spregiudicata, tal\u2019altro non all\u2019altezza della situazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>I sindacati e la Regione non hanno le loro responsabilit\u00e0?<\/strong><br>I sindacati e la Regione hanno le loro responsabilit\u00e0, ma queste erano mediate dai rapporti con l\u2019amministratore delegato di turno, dai rapporti amicali di questo o quell\u2019amministratore pubblico come Paolo Buitoni, con Bruno Buitoni o con altri della famiglia. Il sindacato sino a quanto era possibile, si muoveva in modo consociativo, quando si manifestavano le grandi difficolt\u00e0 si ritraeva e cominciava a sparare sull\u2019azienda. C\u2019\u00e8 stato poi anche un certo paternalismo della famiglia Buitoni: ormai in pi\u00f9 di un saggio si racconta di questo rapporto di particolare attenzione che avevano verso i loro dipendenti. Ma torniamo alla domanda: tutto sommato non credo per\u00f2 che i sindacati abbiano responsabilit\u00e0 gravi nella crisi della Perugina. Penso che tre siano le questioni che hanno inciso davvero: la crisi internazionale, gli scontri interni alla famiglia (ad un certo punto Paolo non ne ebbe pi\u00f9 la fiducia) e i problemi di natura finanziaria, di sotto capitalizzazione, che diventarono molto seri quando l\u2019Ibp si allarg\u00f2 eccessivamente sui mercati mondiali, proprio in concomitanza con i rigori della crisi petrolifera. Parlo degli anni che vanno dal 1967 al 1976. Aveva ragione Cuccia \u2013 mi sembra lo abbia ricordato proprio Bruno Buitoni \u2013 quando consigli\u00f2 ai Buitoni di affidarsi a qualche societ\u00e0 finanziaria nazionale o internazionale di peso che li proteggesse, in qualche modo, per qualche anno. Questo la famiglia non lo volle fare, anche per i conflitti pesanti fra fratelli, fra cugini. C\u2019era una parte dei Buitoni, ad esempio, che voleva vendere a tutti i costi. A fronte di tutto ci\u00f2 non credo che la Regione potesse fare molto. Per concludere, quelli di sindacati e Regione sono i peccati veniali, anche perch\u00e9 n\u00e9 l\u2019una n\u00e9 gli altri avevano un potere cos\u00ec grande ed incisivo. La crisi della Perugina si consum\u00f2 per ragioni sulle quali questi due soggetti non avevano voce in capitolo pi\u00f9 di tanto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Abbiamo sfiorato pi\u00f9 volte la questione dell\u2019industria di stato, in particolare a Terni.<\/strong><br>La Terni ha vissuto tutta intera la crisi della siderurgia. Credo che avrebbe potuto ritagliarsi un ruolo maggiore se fosse stata pilotata verso nuovi settori tecnologici diversificati. Qualche amministratore delegato la propose e probabilmente aveva ragione. Occorrerebbe studiare meglio due periodi: 1964-1965 e il 1974-1975. Credo che le Acciaierie siano state vittima delle logiche della Partecipazioni statali. Ho gi\u00e0 detto che a Terni, per un lungo periodo ha contato pi\u00f9 l\u2019amministratore delegato della \u201cTerni\u201d che l\u2019intero Pci, compreso il sindaco della citt\u00e0. L\u2019analisi della Terni., del ruolo della siderurgia e delle Partecipazioni statali meriterebbe per\u00f2 un\u2019intervista a s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Torniamo al Pci, perch\u00e9 il Pci ternano, grande partito operaio, fortissimo sul piano organizzativo, ha prodotto dirigenti comunisti inferiori per numero e qualit\u00e0 a quelli perugini. Se si escludono Ottaviani, Carnieri e pochi altri da contare sulla dita di una mano\u2026<\/strong><br>Era un partito operaio, con pochi intellettuali. La verit\u00e0 che comunque, almeno per un trentennio, il gruppo dirigente del Pci \u00e8 stato peruginocentrico. Anche quei quadri che venivano fuori da realt\u00e0 diverse si peruginizzavano. Si trasferivano nel capoluogo, vivevano l\u00ec e abbandonavano i loro luoghi di origine. A Perugia cresce e si forma l\u2019unico, vero grande gruppo dirigente del Pci: quello dei Rossi, Galli, Rasimelli, Innamorati e dei \u201cperuginizzati\u201d: Conti, Gambuli, Maschiella e altri. Lo stesso Carnieri ormai \u00e8 perugino, anzi gli capita talora di sopravvalutare il ruolo di Perugia. Oggi tutto questo \u00e8 finito. Credo che Lorenzetti e il suo gruppo di folignati vivono un tardivo conflitto con Perugia. Continuano paradossalmente a vedere le cose con un occhio perugino centrico, ma non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec. E\u2019 finito un mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Quando l\u2019inizio della fine?<\/strong><br>Come ho gi\u00e0 detto, per quanto riguarda il Pci, l\u2019inizio della fine di un gruppo dirigente in grado di operare una sintesi si verifica con l\u2019avvento della Regione e gli scontri interni successivi: con gli anni Settanta, per fornire una data. Fra l\u201989 e il 1994 comincia per\u00f2 il vero e proprio declino della funzione di sinistra. Al momento della caduta del Muro, la crisi internazionale dei comunisti si lega in Umbria ad una delegittimazione della sua classe dirigente. Nel 1990 il Pci prese una batosta elettorale clamorosa tantoch\u00e9 rischi\u00f2 di perdere il Comune di Terni. Fra le cause del declino annoverato anche un mutamento strutturale: la deindustrializzazione degli anni Ottanta con la crisi delle industrie di stato, delle grandi aziende e delle piccole. In parallelo si svilupp\u00f2 un conflitto interno al partito comunista tra il 1985 il 1991\/92. Poi arriv\u00f2 la tangentopoli umbra, che tutti sottovalutano. Ma il Pci qui \u00e8 stato ferito gravemente. Ci furono trenta arrestati nella provincia di Terni e arresti importanti anche a Perugia: il segretario della federazione, il tesoriere. Ci fu una pesante crisi finanziaria del partito. L\u2019Umbria, insomma, se togli Milano, \u00e8 la regione in cui il Pds ha subito pi\u00f9 colpi dalle inchieste della Magistratura. Un episodio che dimostra quanto fosse forte la crisi della classe dirigente del Pci, che era quella che aveva governato negli anni Ottanta. Poco dopo si \u00e8 avuta una vera e propria diaspora: in quattro anni furono cambiati tre presidenti della Regione, nel 1991, nel 1993 e nel 1995. E ci fu una turnazione intensa anche dei sindaci e di altri amministratori. Per non dire di ci\u00f2 che accadde al Psi: prima di tutto le terribili vicende nazionali, ma non mancarono guai nemmeno localmente, sino ad arrivare alla sua scomparsa. La crisi della sinistra fu pesantissima. Il suo sistema sub\u00ec un primo, durissimo colpo. Un sistema che regge ancora, anche se oggi \u00e8 sempre pi\u00f9 vecchio, logoro e stanco, come abbiamo visto proprio recentemente. C\u2019\u00e8 un Pd in difficolt\u00e0 e tutto il resto \u00e8 praticamente scomparso\u2026<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Cio\u00e8?<\/strong><br>Oggi il sistema punta a conservare e a riprodurre se stesso nelle uniche forme che gli sono consentite, ovvero attraverso i Comuni e la Regione. Un tempo era molto diffuso e articolato. Ora, le banche non hanno pi\u00f9 nessuna radice regionale, l\u2019universit\u00e0 \u00e8 in profondo crisi, e anche i grandi gruppi industriali se la passano male: la Perugina e la Terni fanno parte di due multinazionali e c\u2019\u00e8 stata persino la pesante caduta d\u2019immagine della famiglia Colaiacovo, dovuta alla volont\u00e0 di accentrare cariche e potere nelle proprie mani da parte del suo leader, e ancor pi\u00f9 legata ad una vicenda penale che nasce da un penoso conflitto intestino.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Quindi, nonostante la sua crisi, in Umbria le cose che contano sono tutte in mano al Pd\u2026<\/strong><br>S\u00ec, se esistesse il Pd\u2026<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Al partito degli assessori?<\/strong><br>In mano ad un agglomerato che viene eletto e che non si muove pi\u00f9 con una logica politica unitaria. Diciamola cos\u00ec: gestisce tutto il partito che si aggrega per amministrare Regione ed enti locali. Negli ultimi dieci-quindici anni fare l\u2019amministratore \u00e8 diventata una professione anche piuttosto ben remunerata. Questo \u00e8 un sistema di potere, molto diverso, molto meno ricco e articolato da quello del passato. Se esistesse un\u2019opposizione vera e un candidato degno di questo nome espresso dal centrodestra alle prossime elezioni regionali potremmo essere messi in seria difficolt\u00e0. Ma non \u00e8 cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Gi\u00e0, come \u00e8 il centrodestra umbro?<\/strong><br>Il centrodestra ha perso negli anni Novanta l\u2019occasione per sconfiggerci. L\u2019esperienza di Ciaurro a Terni e poi quella di Assisi sono stati due fatti significativi, ma non li hanno saputi gestire. Il bipolarismo li aveva messi in condizione di poter vincere, ma non hanno una classe dirigente pronta a rappresentare l\u2019alternativa. Non hanno stretto sufficienti rapporti con quelli che furono i dirigenti democristiani e socialisti che in Umbria hanno rappresentato una vasta area intermedia che non vuole votare a sinistra. Dove il centrodestra ha candidato ex socialisti, come a Passignano, a Deruta, ha vinto. Non solo non hanno una classe dirigente, ma mancano anche di proposte per la regione. Mi sembra che non siano in grado di avanzare una politica unitaria che riguardi l\u2019intera realt\u00e0 umbra. In questo somigliano in parte alla vecchia Dc, ma ben altro era lo spessore e la capacit\u00e0 dei dirigenti democristiani. Ben altri erano la conoscenza, il radicamento, il rapporto con la societ\u00e0 regionale. I consiglieri regionali del Pdl hanno inoltre una scarsissima autonomia: si dividono fra i pi\u00f9 fedeli alla Presidente Lorenzetti, i meno fedeli e gli antagonisti. Non si sembra un granch\u00e9 come strategia politica. Nei comuni dove vincono \u00e8 perch\u00e9 noi gli regaliamo la vittoria a causa dei nostri conflitti interni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Si tratta, dunque, di una classe dirigente inadeguata che ha una visione personalistica della politica, destinata quindi a perdere?<\/strong><br>Se avessero un candidato degno di questo nome e qualche idea la proporre ce la potrebbero anche fare. I nostri recenti risultati infatti non sono stati per nulla buoni. E se vai a fare tutti i conti, scopri che il centrodestra qualche margine ce l\u2019avrebbe. Ma i loro demeriti sono troppi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Dunque, Rossi per sempre?<\/strong><br>Per ora s\u00ec.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Umbria Rossa, Ascesa e crisi (1945-2010) &#8211; gennaio-aprile 2010 Intervista alla rivista &#8220;Diomede&#8221; di Gabriella Mecucci Alberto Stramaccioni \u00e8 nato nel 1956. Dal 1992 al 2001 \u00e8 stato prima segretario della Federazione Provinciale di Perugia e poi segretario regionale dell\u2019Umbria e membro della Direzione nazionale del Pds e dei Ds. Nel 2008 \u00e8 stato eletto segretario provinciale e membro dell\u2019Assemblea Nazionale del Partito Democratico. Eletto alla Camera dei deputati nella XIV e XV legislatura \u00e8 stato parlamentare dal 2001 al&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":826,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[11],"tags":[],"class_list":["post-59","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-articoli"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/59","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=59"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/59\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1413,"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/59\/revisions\/1413"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media\/826"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=59"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=59"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.albertostramaccioni.it\/wp\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=59"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}