Venerdì 10 Ottobre 2008
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"LA SCOMPARSA DELLO «STORICO DEGLI ITALIANI»"
"E' morto a Firenze a 82 anni Giuliano Procacci."     sdg

Qualche giorno fa (il 2 ottobre) è morto nella sua casa di Firenze a 82 anni uno dei più grandi storici italiani. Era nato, quasi per caso ad Assisi, nel 1926 (durante un breve trasferimento nella città della sua famiglia) ma all’Umbria era estremamente legato. Non solo perché era venuto a tenere numerose conferenze nelle nostre università e conosceva molti colleghi, ma perché da quasi cinquanta anni trascorreva diversi mesi all’anno nella sua casa a Collicello, un borgo del comune di Amelia. Una residenza frequentata l’estate e nelle principali festività per lo più estiva, di proprietà della moglie Serenella, nipote di quel Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione che proprio a Collicello si era rifugiato durante il ventennio fascista. Conosceva la nostra terra e molti dei suoi personaggi e spesso amava parlare delle grandi trasformazioni sociali intervenute nei decenni su tutto il territorio della regione a cui aveva assistito dal suo piccolo borgo, un tempo estremamente povero ed isolato. Il legame con la nostra regione è d'altronde testimoniato anche dalla volontà di restaurare, proprio a Collicello, una vecchia torre di avvistamento del Trecento, per poi realizzare al suo interno un vero e proprio percorso didattico.


Chi lo ha conosciuto ha avuto sicuramente modo di apprezzare le sue particolari doti umane e culturali. Tanto schivo e riservato sul piano personale, quanto curioso e attento verso gli altri e le cose del mondo. Tanto disincanto e ironico verso certe manifestazioni del potere, quanto realista e indagatore dei diversi mutamenti sociali. Nato da una famiglia della borghesia bellunese frequentò il liceo della città e a diciotto anni partecipò alla lotta partigiana. Studente universitario a Firenze, con la tesi di laurea avviò gli studi storici sotto la guida di un grande studioso come Carlo Morandi e poi proseguì a Parigi le sue ricerche al Centre National de la recherche scientifique seguendo il metodo dei maestri delle Annales. Rientrato in Italia approfondì gli studi all’Istituto per gli studi storici di Napoli fondato da Benedetto Croce sotto la guida del grande storico Federico Chabod. Di formazione marxista rifiutò ogni ortodossia per affrontare con grande realismo la complessità storica delle società occidentali, moderne e industrializzate. 
Insegna prima all’Università di Firenze, poi Cagliari e infine Roma. Tra le opere principali di Giuliano Procacci vanno ricordate, per la storia moderna, Machiavelli nella cultura europea dell'età moderna (Laterza, 1995) e Niccolò Machiavelli storico e politico (Istituto Poligrafico dello Stato, 1999). Più nutrito il contributo alla storia contemporanea: La lotta di classe in Italia agli inizi del XX secolo (Editori Riuniti, 1970), L'aggressione italiana all'Etiopia e il socialismo internazionale (Editori Riuniti, 1978), Dalla parte dell'Etiopia. L'aggressione italiana all'Etiopia vista dai movimenti anticolonialisti d'Asia, Africa, America (Feltrinelli, 1984), Premi Nobel della pace e guerre mondiali (Feltrinelli, 1989), Storia del XX secolo (Bruno Mondadori, 2000), La disfida di Barletta, Tra storia e romanzo (Bruno Mondadori, 2001), La memoria controversa. Revisionismi, nazionalismi e fondamentalismi nei manuali di storia (AM&D, 2003) e Carta d'identità. Revisionismo, nazionalismi e fondamentalismi nei manuali di storia (Carocci, 2005). E ovviamente la Storia degli italiani, Fayard e Laterza (1968), più volte ristampato in Italia e tradotto in almeno dieci nazioni. Nel 2006, in occasione dei suoi 80 anni, è uscito il volume La passione della storia. Scritti in onore di Giuliano Procacci, a cura di Francesco Benvenuti, Sergio Bertolissi, Roberto Gualtieri e Silvio Pons (Carocci editore). 
Ma la Storia degli italiani è sicuramente il testo che lo ha reso più noto fino a meritare anche il “Premio Viareggio”, riconoscimento davvero insolito per un libro di storia. La sua Storia degli italiani uscita in prima edizione nel 1968, da Laterza è stato d'altronde un vero e proprio best seller su cui si sono formate generazioni di studenti. Di impostazione gramsciana quest’opera attraversa dieci secoli cominciando la narrazione intorno all’anno Mille con una scrittura che tiene conto più del metodo appreso a Parigi che di una certa ortodossia marxista. Commissionata all’origine dall’editore Fayard per il pubblico francese la Storia degli italiani divenne il testo di approfondimento per le classi superiori dei licei e uno dei libri più popolari nei primi anni delle facoltà umanistiche, anche perché era ben scritto, con grande passione, con un occhio di riguardo per il lettore meno colto, smentendo il luogo comune sull’incapacità degli storici accademici di farsi leggere e comprendere. 
Era uno studioso che riteneva la “storia politica” come la vera e propria “spina dorsale” della storia generale e non poteva quindi che considerare una specie di dovere intellettuale l’impegno politico. Membro del Comitato Centrale del Pci, nel 1983 viene eletto Senatore della Repubblica poi rieletto nel 1987, ma l’anno dopo si dimette per poter proseguire al meglio il suo impegno universitario e gli studi storici. All’interno del Pci si riconosceva in quell’area politico-culturale “riformista” che aveva in Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte e Giorgio Napolitano, di cui era grande amico, i principali punti di riferimento. Non a caso l’attuale Presidente della Repubblica, dopo la sua scomparsa, lo ha voluto ricordare come una figura di primo piano negli studi storici e uno studioso i cui “campi della ricerca sono stati molteplici, comune è stato l’alto livello di impegno intellettuale e morale e dunque di coraggio innovativo e di probità scientifica”. 
Studioso rigoroso, allievo di Morandi, Chabod, Cantimori si rifaceva nella sua analisi storica ad un marxismo-gramsciano saldamente ancorato alla grande tradizione dello storicismo europeo che va da Hegel a Croce. Anche per questo, guardando agli studi di Procacci, Machiavelli era interpretato contro i gesuiti e le demonizzazioni clericali; la storia d’Italia era vista tra cosmopolitismo e stato nazionale, oltre il municipalismo e le teorie federaliste che proprio non sopportava, anche se valorizzava l’esperienza del riformismo padano. Considerava Giolitti e il giolittismo uno dei periodi più importanti della storia nazionale e il fascismo come reazione irrazionale alla crisi dello stato liberale; non condivideva la teoria della “guerra civile” tra il 1943 e il 1945 e riteneva il movimento del ’68 una specie di “scossa tellurica”. Su un altro versante individuava nel giacobinismo leninista l’origine dello stalinismo sovietico. Traduceva Trotsky e valorizzava la II internazionale di Bernstein. Negli ultimi anni la sua curiosità era rivolta al mondo islamico e aveva preso a studiare l’arabo, utilizzava computer ed internet fino a pubblicare uno dei suoi ultimi volumi con le note a piè pagina costituite da riferimenti web. 
Ironico e disincantato nelle tante conversazioni avute con lui a Collicello, Roma e Perugia, che erano caratterizzate anche da lunghi silenzi, raccontava tra l’altro dei gustosi aneddoti, sui suoi viaggi in Cina o in Urss negli anni Sessanta e Settanta dove cercavano in tutti i modi di indottrinarlo fino alle simpatiche battute sui suoi colleghi storici particolarmente innamorati dei personaggi che studiavano, e perfino qualche aneddoto privato sui ripetuti tentativi di fargli sposare una delle figlie di Benedetto Croce.
Ci mancherà il suo grande rigore intellettuale, la sua curiosità e la sua amicizia.

 

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