Domenica 21 Marzo 2004
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"Storia uso pubblico e uso...politico"
"Il volume redatto e curato da Loreto Di Nucci ed Ernesto Galli Della Loggia è oggetto di un importante confronto tra studiosi"    svec

di Alberto Stramaccioni

La recente presentazione all''Università di Perugia del volume Due nazioni, legittimazione e delegittimazione nella storia dell''Italia contemporanea a cura di Loreto Di Nucci ed Ernesto Galli della Loggia è stato un importante confronto tra studiosi di storia. Importante ed utile proprio perché in controtendenza con quello che avviene purtroppo da anni sui giornali ed in televisione, dove si assiste ad uno scontro sulle vicende storiche del secondo dopoguerra senza esclusione di colpi, tra studiosi appartenenti allo schieramento di centrosinistra e di centrodestra. 


Che ci sia un “ uso pubblico della storia ” ci appare non solo legittimo, ma anche auspicabile in un paese sempre più in conflitto al suo interno, che stenta ad affermare un''identità ed una memoria condivisa. Ma altra cosa è insistere su uno spregiudicato “ uso politico della storia ”. Tutto ciò, come dicevo, non è avvenuto nel dibattito perugino anche per la presenza di interlocutori come Franco Crespi, Paolo Mieli, Renato Moro, Roberto Vivarelli e naturalmente degli stessi curatori del volume. 

Purtuttavia quello del “ uso politico della storia ” è un rischio ricorrente soprattutto in questo periodo e non a caso è intervenuto più volte il Presidente della Repubblica per riportare equilibrio e rigore in una polemica che tendeva a marginalizzare il peso di quel minimo di principi e valori fondamentali condivisi, alla base della nostra convivenza e della stessa Costituzione repubblicana. 

C''è in sostanza in atto una campagna per la riscrittura della storia nazionale con il fine della delegittimazione dell''avversario politico i cui protagonisti sono alcuni storici, cosiddetti revisionisti da una parte e antirevisionisti dall''altra . Il termine revisionista è spesso usato in chiave dispregiativa, ma non credo assolutamente che, con ciò, sia giusto bollare tutti coloro che si pongono in forma storiograficamente seria il problema di acquisire nuovi documenti e fonti per meglio ricostruire e quindi revisionare i passaggi più controversi e fondamentali della storia italiana. D''altronde la continua opera di revisione storica è o dovrebbe essere il compito principale degli studiosi, così come è certo vero che la storia è sempre contemporanea in quanto la ricerca vive, perfino quella sulla storia antica, delle sollecitazioni del presente. Detto questo però non credo che l''approfondimento e lo studio di nuove fonti e documenti possano essere interamente piegate alle convenienze politiche del momento. D''altronde insieme alle interpretazioni più unilaterali, esiste una particolare tendenza alla revisione storica, più che legittima e significativamente accentuatasi tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, periodo in cui, come è noto, si è manifestata in modo irreversibile la crisi del sistema politico-istituzionale italiano, sia per ragioni interne che internazionali. La conclusione della guerra fredda, infatti, con la caduta dei regimi comunisti, ha consentito una rilettura storico-politica dell''esperienza italiana (così fortemente condizionata dal conflitto est-ovest) in controtendenza con le interpretazioni di una certa storiografia, considerata dominante. Questa vedeva nell''ispirazione democratico-repubblicana delle battaglie risorgimentali, in quella comunista, socialista, azionista e cattolico-democratica delle lotte antifasciste e della Resistenza, fino alla nascita della Repubblica e della Costituzione, gli unici momenti di costruzione di una vera e autentica identità nazionale. Tale tendenza storiografica, considerata dominante, ha naturalmente fatto un certo uso pubblico della storia per conseguire una particolare egemonia culturale della sinistra sulla società, identificandosi in gran parte con una produzione storica di ispirazione gramsciana, diffusasi prevalentemente negli anni sessanta e settanta. Ma non sarebbe certo ragionevole che oggi, per reazione opposta, si realizzasse una specie di processo inverso. Possiamo certamente convenire sul fatto che molti rimangono ancora i nodi storiografici controversi: dalla questione della nascita dello stato unitario, all''atteggiamento dei cattolici verso l''unificazione nazionale; dai caratteri del giolittismo, al nodo del consenso al regime fascista; dalla questione della guerra civile, al valore democratico della resistenza antifascista; dalla collocazione dell''Italia nella guerra fredda, fino alla discussa teoria del doppio stato o delle due italie, nell''interpretazione dell''intera storia italiana. Purtuttavia proprio per questo l''obiettivo dovrebbe essere quello di lavorare ad una memoria e ad una storia il più possibile condivisa , come espressione di una pluralità di interpretazioni politico-culturali, verificabili e riscontrabili con nuove fonti e documenti, per affermare una identità nazionale realmente plurale. 

Ma non sembra proprio questo l''obiettivo di alcuni storici “revisionisti”, che si ispirano tra l''altro a grandi studiosi come Ernest Nolte, Francois Furet e Renzo De Felice, intellettuali certo discutibili per le tesi interpretative delle loro ricerche, ma non per il notevole spessore scientifico e le nuove conoscenze acquisite con le loro opere. Si può certo capire la loro polemica contro “ l''egemonia culturale della sinistra ” sulla società italiana, ma non credo che per questo oggi si debba o si possa consentire una certa mistificazione della storia per le convenienze della lotta politica contingente. Fortunatamente non tutti gli studiosi sono così e oggi il problema dell''uso e dell''abuso politico della storia comincia ad essere avvertito più di qualche tempo fa. Infatti una parte degli storici, in particolare quelli impegnati in una certa pubblicistica, mostrano di essere coscienti del rischio di una qualche strumentalizzazione della loro attività al punto da volersi collocare in una crescente autonomia intellettuale fino ad autodefinirsi “ terzisti ”, per il rifiuto di schierarsi per l''uno o per l''altro polo della politica italiana. Essi rivendicano uno spazio, né neutrale, né agnostico per la propria attività professionale, sia essa quella di studioso di storia o di pubblicista o di intellettuale in genere. A questa scelta possiamo dire che si ispirano storici e pubblicisti come Ernesto Galli della Loggia, Paolo Mieli, Giovanni Sabbatucci, Angelo Panebianco mentre altri studiosi come Francesco Perfetti, Massimo Teodori e con toni diversi Nicola Matteucci, Piero Melograni preferiscono invece condividere apertamente, (soprattutto sui giornali e le riviste del centrodestra berlusconiano), una interpretazione della vicenda storica italiana in aperto sostegno alle scelte politiche della Casa delle Libertà, definite spesso meno peggio di quelle del centrosinistra. 

Ma se il revisionismo storico, (che si esercita quasi sempre sulle controverse vicende della storia contemporanea) ha una sua ideologia, c''è sicuramente anche un'' ideologia antirevisionista . Ed infatti a questo tipo di studiosi revisionisti se ne contrappone un''altra schiera quasi a combattere una specie di “ guerra civile fra storici ”. Sul fronte opposto a quello revisionista militano infatti studiosi cosiddetti antirevisionisti come Nicola Tranfaglia, Angelo d''Orsi, Paul Ginsborg e altri spesso accomunati dalla condivisione della cosiddetta teoria del “doppio stato”, o meglio di una storia nazionale parallela e al tempo stesso “alternativa” a quella più o meno dominante almeno in una certa pubblicistica. 

Fortunatamente tra queste diverse interpretazioni storico-politiche in qualche modo estreme, c''è una diffusa produzione storiografica espressione di una pluralità di orientamenti politico-culturali con centinaia di studiosi che coltivano in autonomia le loro ricerche. Ma perché a fare notizia e opinione sono solo le interpretazioni estreme? Per rispondere a questa domanda il discorso si farebbe lungo perché chiamerebbe in causa il ruolo degli intellettuali nella società italiana, la loro capacità di fare comunicazione, il loro rapporto con la politica ed il potere, e la particolare configurazione del sistema politico attuale. Comunque sia il rapporto tra memoria, storia e identità nazionale è un discorso troppo importante per essere lasciato solo alla polemica politica contingente. E di questa consapevolezza si è avuta una chiara percezione nella presentazione di un libro che già dall''ottimo titolo poteva susciatare forti polemiche.

 

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