Giovedì 19 Settembre 2002
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"I cento giorni del primo Governatore"
"Cosa accadde nel 1861-1870"    svsev

di Alberto Stramaccioni

La modernizzazione dell'Umbria nei cento giorni del primo Governatore Gioacchino Pepoli. Il conflitto tra conservatori e progressisti. L'attività dei parlamentari e del primo Consiglio Provinciale per lo sviluppo della rete viaria, l'istruzione, la sanità e l'agricoltura.



Tra il 1861 e il 1870 si realizza la prima significativa esperienza dei parlamentari di Perugia e dell’Umbria nelle assemblee legislative nazionali. Personaggi che esercitarono un ruolo importante nelle mobilitazioni risorgimentali del 1831-33, nel 1848-49 e nel 1859-60 venivano ora chiamati a rappresentare, gli interessi dei cittadini della Provincia dell’Umbria. Erano quasi tutti di ispirazione liberale, fedeli alla monarchia, con qualche eccezione, di orientamenti politici moderati espressione dei ceti agrari e della media e alta borghesia delle professioni e del commercio. Dovettero subito confrontarsi con i problemi di un territorio molto povero e sottosviluppato che entrava a far parte di una nuova nazione. Un territorio che per centinaia di anni era stato governato dalle politiche prevalentemente assistenziali e "assenteiste" dello Stato Pontificio. Ciò aveva determinato un notevole rallentamento della crescita dell'intero territorio in rapporto ad altre realtà italiane, anche se Perugia, dopo Roma e Bologna, era la realtà religiosa, militare ed economico-sociale più importante di tutto lo Stato. 
C'è comunque innanzitutto da registrare che nel 1861, nella Provincia dell'Umbria, divisa sul piano amministrativo in sei intendenze (Perugia, Spoleto, Rieti, Terni, Foligno ed Orvieto) articolata in 31 mandamenti, 176 Comuni e 147 appodiati, risiedeva una popolazione di 504.176 abitanti che divennero 513.019 nel 1871, sui 28 milioni circa dell'intero paese. Nel decennio non si ebbe quindi un grande incremento della popolazione proprio perché persistevano i problemi legati ad una diffusa povertà, alla disoccupazione e alla presenza di malattie ed epidemie. Inoltre in questo periodo il nuovo stato nazionale attraversava una fase di particolare difficoltà economica e finanziaria legata a tutte le necessità politiche e sociali da soddisfare a seguito di una rapida, quanto complessa unificazione di tanti piccoli e grandi stati presenti sulla penisola, ma fino ad allora divisi. Sul piano istituzionale ed amministrativo esisteva poi una certa precarietà di indirizzi, appena mitigata sul territorio dal ruolo dei Prefetti quali rappresentanti del governo nazionale e dai nascenti Consigli Provinciali. In più nella realtà dell'Umbria occorreva far fronte ad una miriade di problema legati allo sviluppo dell'agricoltura, del commercio, dell'industria, al potenziamento e alla nuova costruzione di strade, ferrovie, scuole, ospedali e strutture di assistenza pubblica. Obiettivi peraltro che lo stesso governo nazionale cercava di conseguire in tutto il paese partendo dall'unificazione tributaria per l'abbattimento del consistente debito pubblico, frutto dell'assunzione in un unico bilancio, dei deficit accumulati da tutti gli stati preesistenti alla unificazione. A questo fine vennero allora attuate da Quintino Sella nel 1869, varie misure, tra cui la tassa sul macinato, assieme alla riduzione delle spese dello Stato, ma solo nei primi anni settanta si ottenne il pareggio di bilancio, mentre comunque negli anni sessanta pur di fronte alle restrizioni cominciava a crescere l'industria e il commercio.
Si alternano in questi anni alla guida del paese diversi governi presieduti via via da Bettino Ricasoli, Umberto Rattazzi, Luigi Farini, Mario Minghetti, Alfonso La Marmora, Luigi Menabrea e Giovanni Lanza. Tutti dirigenti dello schieramento di Destra che guidò il paese fino al 1876 quando risanate le finanze pubbliche e avviata la modernizzazione dell'Italia il governo passò nelle mani della Sinistra di Agostino De Pretis e Francesco Crispi.
Comunque per la Provincia dell'Umbria il processo di prima modernizzazione si può sostenere che iniziò nel 1860 con l'attività del Commissario straordinario Gioacchino Napoleone Pepoli nominato dal Presidente del Consiglio Camillo Cavour. Un uomo di stato e di governo, bolognese, con una profonda conoscenza dell'Italia e dell'Europa, si direbbe oggi di ispirazione politica liberal-democratica, molto avanzata per quei tempi, esperto di problemi legislativi ed economico-sociali e molto attento ai bisogni e ai diritti dei più poveri, per conseguire una maggiore giustizia sociale. In appena cento giorni (12 settembre-29 dicembre 1860, tanto durò il suo mandato) rivoluzionò la struttura politica, amministrativa e di governo nell'intero territorio affermando un principio di forte autonomia del potere politico del nuovo stato da quello religioso preesistente rappresentato dai Vescovi e dalla Chiesa. D'altronde il Pepoli avvia subito la sua attività con un decreto che sopprime le congregazioni religiose e poi dichiara che “tutti gli istituti sia pubblici che privati che riguardano l’istruzione e l’educazione siano sciolti dalla soggezione dell’autorità dei vescovi e dei loro mandatari". Stabilisce nuove norme per il clero, si occupa dell’istituto matrimoniale promuovendone una sorta di regolarizzazione civile, afferma la libertà di stampa che definisce “diritto dei popoli incremento di civiltà e di sapienza”. Interviene poi sulla viabilità cercando di migliorare le principali vie di comunicazione, emette quotidianamente decreti per la riorganizzazione dell'attività dei diversi comuni e cerca di far fronte ai diffusi problemi della fame, delle malattie, promuovendo lo sviluppo dell'agricoltura dei commerci e dell'assistenza. Una particolare attenzione viene poi data al sostegno all'istruzione elementare e agli asili infantili. Di rilievo è infine la sua iniziativa tesa a definire per la prima volta registri anagrafici completi, Comune per Comune, per realizzare un primo censimento, cosa fino ad allora del tutto sconosciuta. D'altronde i registri anagrafici, peraltro abbastanza incompleti, erano tenuti dai parroci e dalla parrocchie che naturalmente da secoli registravano i matrimoni, i nati e i morti secondo una vecchia consuetudine religiosa. Ma il momento di maggiore polemica sull'attività del Pepoli si registrò allorquando realizzò l'unificazione dei vecchi circondari in un'unica provincia, quella appunto Umbro-Sabina, che divenne una della più grandi d'Italia, anche per limitare l'influenza del potere romano-pontificio limitrofo, ancora imperante almeno fino al 1870.
Nell'insieme i cento giorni dell'attività riformatrice di Gioacchino Pepoli ruppero gli equilibri di potere e gli interessi consolidati nei secoli e tutto ciò non mancò di provocare reazioni da parte dei gruppi più moderati e conservatori in particolare quelli perugini, rappresentati da Nicola Danzetta e Tiberio Ansidei sostenuti dai più potenti Filippo Gualterio e Paolo Di Campello direttamente collegati a Cavour. Alla fine del 1860 il Pepoli lascia il suo ruolo di Commissario straordinario ad un intendente generale, il Gualterio con il compito di dare vita ad una nuova amministrazione autonoma per la prima volta eletta dai cittadini. Così il 1861 fu l’anno dell’istituzione del primo Consiglio provinciale dell’Umbria, un organismo di cinquanta membri eletti nei diversi Circondari che raccoglievano 504.176 abitanti, tra i quali gli iscritti alle liste amministrative erano però appena 19.942 ed i votanti furono solo 5.047, poco più di quelli del voto politico per la elezione dei deputati. Il presidente del Consiglio Provinciale aiutato dalla Deputazione (una specie di Giunta di sei membri) iniziò un intenso lavoro amministrativo cominciando ad affrontare innanzitutto i molteplici problemi legati a quella specie di "unificazione forzata" che portò alla Provincia dell'Umbria. Convocato dal Commissario del Re e successivamente dal Prefetto il Consiglio Provinciale recepì l'intero sistema giuridico e la legislazione amministrativa del Regno del Piemonte, con le sue leggi comunali e provinciali, definendo così un ordinamento statale accentrato, con scarsa autonomia locale.
Ma nonostante questo e proprio per la secolare arretratezza del territorio (sempre molto fedele al Papa e legato a Roma più di ogni altra provincia dello Stato Pontificio) il Consiglio provinciale dovette affrontare subito la soluzione del problema dei problemi e cioè quello dei collegamenti viari tra i paesi e le città e con il resto della nuova nazione. Una questione che occupò gran parte del lavoro del Consiglio nel suo primo decennio di attività (si realizzeranno infatti alcune strade come la Tuderte, la Salaria, la Valnerina, Amerina, la Reatina, la Orvienense) e che portò a disegnare gran parte dell'attuale struttura viaria e ferroviaria (Aretina) dell'Umbria. Ugualmente sui temi della pubblica istruzione si manifesta una particolare iniziativa del Consiglio provinciale che vuole formare il "nuovo cittadino". Si potenziano le scuole elementari con particolare riferimento all'istruzione femminile e già nel 1863 si registra la nascita di altre cento scuole, si diffonde l'istruzione secondaria e si potenzia l'Università di Perugia. Nel 1864 si riparla poi di costruire un Istituto Tecnico a Terni, come già aveva progettato Pepoli e negli anni successivi in tutte le principali città della provincia si definisce la costituzione di nuovi istituti superiori. Il tema della istruzione è poi al centro di qualche polemica contro la "perdurante egemonia della chiesa" in questo settore. Nel campo della sanità pubblica e dell'assistenza alla fine del 1869 si può sostenere che sono state debellate alcune malattie contagiose tra le persone e tra queste e gli animali, mentre aumentano le spese per riorganizzare le attività degli Ospedali e delle Opere pie.
Sul piano più strettamente economico c'è invece da registrare il dato dell'agricoltura dove, dopo l'unità, nulla cambia sostanzialmente almeno fino al 1880 rispetto ai decenni passati. I beni e terreni della Chiesa vennero acquisiti dai grandi proprietari rimanendo la mezzadria il tipo di conduzione prevalente. Si interviene sui Consorzi idraulici per migliorare le possibilità di irrigazione, mentre c'è addirittura chi propone il prosciugamento del Lago Trasimeno per ragioni di salubrità e per migliorare la coltivazione degli ulivi. A Terni, Perugia e Foligno sorgono le prime industrie meccaniche e tessili sostenute a suo tempo anche dal Pepoli, ma tutte insieme intorno al 1870 non occupano nemmeno duemila operai. 
Più in generale comunque c'è da sottolineare che i problemi legati allo sviluppo della nuova provincia dell'Umbria vengono affrontati contemporaneamente dai membri del Consiglio Provinciale e dai Deputati e Senatori e molto spesso ex deputati e ex senatori diventano membri dell'organismo amministrativo locale. C'è quindi collaborazione e integrazione sul lavoro non senza qualche conflitto o subalternità. A questo proposito è illuminante una valutazione espressa da Ruggero Bonghi nel 1868 sul rapporto tra parlamentari nazionali e amministratori locali laddove sostiene che: “l’azione del deputato, già prevalente presso il ministro, diventa tirannica verso l’impiegato. (…) Questa influenza del governo centrale, presso cui avevano sede i deputati che si precipitavano a diramare direttive sulle amministrazioni comunali e provinciali, arrivò al punto che non vi dovesse essere sindaco o presidente di consigli provinciali la cui nomina dal deputato non dipendesse. Ogni parte, insomma dell’amministrazione cominciò a diventare ancella della classe politica". Comunque da questo intreccio tra attività parlamentare e ruolo del consiglio provinciale dell’Umbria si sviluppò un’intensa iniziativa politico amministrativa che portò, come si è già detto, a numerose iniziative utili allo sviluppo della Provincia sul piano dell’organizzazione amministrativa della pubblica istruzione, della sanità, dell’assistenza, dell’agricoltura del commercio e della industria. In tutti questi campi si misero in evidenza i diversi deputati umbri. In particolare Monti, Danzetta, Leony nei dibattiti alla Camera e nelle Commissioni si impegnarono insieme ai consiglieri provinciali Guardabassi, Faina, Ansidei nella costruzione e nel potenziamento del sistema ferroviario umbro. Poi Faina e Leony intervennero per rafforzare la struttura dell'istruzione e la diffusione delle scuole sul territorio. Lo stesso Faina e Ansidei lavorarono per istituire le pensioni ai lavoratori pubblici e privati più poveri e bisognosi. 
Danzetta, Guardabassi e Monti si misero poi in evidenza con progetti e richieste tese a intervenire sul Lago Trasimeno per garantirne un migliore uso e funzionalità delle acque. Gli stessi Jacini, Silvestrelli, Massarucci affrontarono tempestivamente i numerosi problemi legati allo sviluppo dell'area ternana. 
Il primo decennio di vita della provincia dell'Umbria nella nuova nazione italiana è quindi particolarmente significativo per i primi passi compiuti verso la progressiva fuoriuscita dell'insieme del territorio dalla povertà. Nel trentennio successivo si compiranno le tappe più rilevanti.

 

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