Domenica 05 Dicembre 2010
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"Le asimmetrie del Pd"
"Il Pd compie tre anni.Articolo pubblicato anche su "Diomede""     asd

di Alberto Stramaccioni

Quest’anno il Partito Democratico compie tre anni avendo preso l’avvio con un discorso di Walter Veltroni il 27 giugno 2007 al Lingotto di Torino, nel corso del quale annunciò la volontà di dare vita al nuovo partito per “fare un’Italia nuova” scegliendo di eleggere direttamente con il voto dei cittadini gli organismi dirigenti, cosa che avvenne con le primarie del 14 ottobre 2007. Una scelta preparata dai congressi di scioglimento dei Democratici di sinistra (Firenze 19-21 aprile) e della Margherita (Roma 20-22 aprile) tenutisi quasi in contemporanea con l’intervento in entrambi del Presidente del Consiglio in carica Romano Prodi.

Dopo la vittoria risicata del centrosinistra alle elezioni politiche del 2006 e la permanente litigiosità tra le componenti dell’Unione, con la nascita del Partito democratico si intendeva dare vita al “motore riformista della coalizione” per poi “correre da soli” alle successive consultazioni elettorali del 2008, rispondendo così alla ispirazione di “partito a vocazione maggioritaria”. Il Pd, poi, uscì sconfitto raccogliendo però il 33,4% dei consensi, e l’anno dopo alle elezioni amministrative ed europee ottiene un analogo insuccesso, così come alle regionali del 2010.


Quali dunque le ragioni di una crisi di consensi di questa proporzione che ha portato alle dimissioni di Veltroni, all’intermezzo di Franceschini e poi al congresso anticipato che ha eletto Bersani? Non si è lavorato a sufficienza per amalgamare i gruppi dirigenti e le diverse culture politiche? Non si è affermata una nuova classe dirigente in discontinuità con quella dei Ds e della Margherita o meglio del Pci e della Dc? Non si è definito con chiarezza un progetto di riforme per governare il paese, perché non è ancora chiaro quali interessi sociali si intende rappresentare? O, ancora, il Pd non è percepito come il perno di una alleanza di governo che possa esprimere un’alternativa credibile al governo di Berlusconi anche attraverso un forte e popolare leader?

Tutte ragioni certamente valide con l’aggiunta del fatto che la competizione tra i due schieramenti nel sistema bipolare, ma non bipartitico (dopo il Pd è nato il Pdl, masi sono affermati anche altri partiti come l’Udc, la Lega e l’Idv) si connota di vari e diversi elementi tanto più in presenza dell’anomalia berlusconiana. La realtà è che al Pd proprio in questo contesto è mancata e manca una identità ed una fisionomia politica e progettuale in grado di intercettare il consenso di una parte dell’elettorato proveniente dalla possibile disarticolazione dell’aggregato berlusconiano, su cui investono, invece, il partito di Fini e il potenziale terzo polo. Un’area politica e sociale moderata, colpita dalla crisi economica, dalla involuzione morale del sistema democratico che aveva creduto nel centrodestra come soggetto riformatore e modernizzatore del paese dopo la crisi della prima Repubblica. Un’area sociale sempre più estesa e consistente quantitativamente il cui orientamento politico ed elettorale fa la differenza ad ogni elezione. Il dato più significativo quindi (stando a vari e ripetuti sondaggi) è la tendenziale caduta di consensi per il Pd (a favore di Sel e Idv) mentre la crisi del centrodestra di Berlusconi diventa ogni giorno più evidente.

A mio parere quello che emerge prima di tutto in evidenza, è il modo di essere del partito nella società con il suo incerto profilo politico e culturale che stenta a raccogliere gli interessi, i bisogni e le opinioni di larghi strati sociali e a tradurli in un positivo, costruttivo ed unitario dibattito politico interno di fronte alle difficili condizioni economiche e sociali vissute da gran parte dei cittadini italiani.

Questo insieme di problemi se ha molte possibilità di verifica in gran parte delle città e delle regioni d’Italia, assume, però, una particolare connotazione in realtà come quelle delle cosiddette regioni rosse, dove la sinistra è stata ininterrottamente al Governo da più di mezzo secolo.

Ed a questo proposito è in qualche modo emblematico il rapporto che si è andato costruendo in questi tre anni tra il Pd, gli iscritti, i cittadini e gli elettori attraverso le varie elezioni primarie: quelle del 14 ottobre 2007 attraverso le quali nacque il nuovo partito; quelle del 25 ottobre 2009 per i congressi nazionali e regionali; e in Umbria quelle del 7 febbraio 2010 per la scelta del candidato Presidente della Regione. Significativi i dati, 3,5 e 3 milioni i partecipanti a livello nazionale e tra i 50.000 e i 70.000 a livello regionale. Una indubbia partecipazione democratica che nessun altro partito sarebbe in grado di promuovere e sostenere.

Ma a nessuno sfugge che dietro le elezioni primarie ci sono una certa idea della politica e del partito nel rapporto con la società.

Ad oggi invece le primarie molto spesso sono state invocate e praticate di fronte ad insanabili conflitti interni per giungere comunque ad una decisione, alimentando una contrapposizione correntizia e personalistica, che ha finito con il deresponsabilizzare i gruppi dirigenti del nuovo partito. E non è un caso che laddove, soprattutto nei Comuni per la scelta dei candidati sindaci, si sono tenute le elezioni primarie, non per libera ed autonoma determinazione, ma per necessità, non è certo il centrodestra a vincere, ma è stato il centrosinistra a perdere. E in questo contesto si aggiunga la perdita di centralità dello specifico ruolo del dirigente politico del partito, fino ad avere segretari che, ai diversi livelli, considerano la loro funzione come un trampolino di lancio per incarichi nell’amministrazione locale (o da ultimo un luogo di parcheggio in attesa di …) anziché essere orgogliosi della loro responsabilità politica nella direzione del Pd.

Questo modo di essere del Partito ha prodotto soprattutto in Umbria una specie di asimmetria democratica rappresentata dal fatto che le parti in conflitto nelle primarie (persone, mozioni, correnti) invocano la più ampia partecipazione democratica, ma alla fine ad essere legittimate o delegittimate sono solo ristrette oligarchie in perenne contrapposizione.

È così che il Pd è stato costretto o ha evitato di assumere una connotazione tipica del partito di massa per acquisire quella del “partito leggero”, di opinione, senza però darsi una fisionomia in cui l’elaborazione politica rimanesse il frutto del rapporto con le diverse articolazioni sociali, così come è indispensabile in qualunque partito politico degno di questo nome. Tutto ciò ha portato a continue oscillazioni tra logiche e pratiche populistico-plebiscitarie e un Partito visto per lo più come un puro e semplice comitato elettorale uguale a tanti altri.

Questa connotazione del Partito viene percepita dai cittadini che perdono fiducia nel Pd, il quale rischia di disintegrare il suo pur ridotto tessuto democratico identificandosi solo in lotte interne, degenerazioni correntizie e clientelari, dove prevale la gestione del potere senza alcun rifermento politico progettuale. E una parte crescente degli stessi iscritti al Pd più che attivi militanti diventano degli aderenti non disinteressati alle logiche e alle convenienze di un sistema di potere che, particolarmente nella regione, si identifica con la gestione della spesa pubblica. Una caratteristica già evidente nei decenni passati, ma che si è sicuramente accentuata con una crescente personalizzazione della politica anche a seguito dell’approvazione delle nuove leggi elettorali nazionali e locali, come quelle relative alla elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti della Provincia e della Regione.

Alla eccessiva personalizzazione della politica si è intrecciata una logica correntizia che si è fortemente accentuata in Umbria a partire dalla nascita del Pd, frutto dell’adesione di varie componenti già sperimentate in pratiche di gruppo e correntizie (da partito nel partito) per lo più di tipo doroteo, secondo cui l’importante è la gestione del potere e non certo la politica per cui il potere può e deve organizzarsi. Ma se queste valutazioni valgono soprattutto per la componente ex democristiana del Pd (sia pure come neofiti, particolarmente scaltri e desiderosi di essere messi al più presto alla prova), lo stesso giudizio vale per gran parte degli ex comunisti entrati nel Pd. Su questa scia autorevoli dirigenti di opposte provenienze si scontrano in una lotta senza quartiere in assenza di qualsiasi caratterizzazione politica finendo con l’essere due facce della stessa medaglia che ha le stesse concezioni e pratiche del potere e del rapporto tra i cittadini e le istituzioni.

La sconsolante conseguenza di tutto ciò è che per poter partecipare alla vita interna del Partito Democratico è indispensabile l’appartenenza ad una corrente nazionale o regionale o ad una sub corrente personale o territoriale. Chi rifiuta, per convinzione politica e culturale, queste logiche correntizie non può svolgere alcuna funzione politica.

Il Partito Democratico in Umbria come in Italia deve essere certamente un partito plurale con opinioni e valutazioni politiche diverse, ma a prevalere non può che essere il confronto sulla politica e sui progetti per riformare e modernizzare la società e lo stato e non certo la sola gestione acefala del potere che inevitabilmente porta a delle pesanti degenerazioni clientelari e al malgoverno diffuso.

Questa lettura della vicenda politica e democratica e del modo di essere del Pd in Umbria, al di là di ogni possibile strumentalizzazione è oggi confermata dai primi esiti delle indagini della magistratura, dopo analoghe inchieste svoltesi nel 2007 alla Provincia di Perugia e nel 2008 al Comune di Perugia.

La magistratura nella sua autonomia è giusto che faccia il proprio dovere, ma alla politica e al Pd, partito di maggioranza relativa in Umbria, spetta di fare altrettanto cominciando almeno a riflettere sui caratteri della nuova configurazione (o del mutamento genetico) che il Partito Democratico è andato assumendo, per provare a rilanciare il progetto riformista del Pd. L’appannamento o la scomparsa di questa prospettiva sono una causa non certo secondaria della attuale crisi politica ed elettorale del Pd.

 

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