Venerdì 03 Settembre 2010
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"VA' DOVE TI PORTA IL CUORE"
"Intervista ad Alberto Stramaccioni"     df

di Gianfilippo Della Croce

Pubblicato nel volume “Quota Periscopio, NAUTILUS, immersioni nella politica umbra” Perugia, MURENA EDITRICE, luglio 2010
Lo troviamo nel suo ufficio, al piano alto delle sede del Partito Democratico in piazza della Repubblica a Perugia, un ufficio modesto, essenziale, come è essenziale lui Alberto Stramaccioni, docente universitario e giornalista, oggi segretario provinciale del partito.

 

 

 

E’ uno di quelli di “lungo corso”, un tenace perseguitare di idee di rinnovamento e di una idea virtuosa della politica che raccoglie il frutto di anni di militanza appassionata, un politico che non ama definirsi come tale e non ha paura della propria storia, per molti un enigma, per altri un combattente, per altri ancora un “matto”, come usa definirsi in Umbria chiunque sfugga per una ragione o per l’altra ad una dimensione di “normalità”, che qui da noi non ha una vera e propria dimensione culturale, anzi nessuno sa come definirla, ma è lo strumento con il quale uno viene definito affidabile o meno alle esigenze di un clan o di una lobby o ad altre connotazioni di potere. “E’ matto”, funziona sia a sinistra che a destra, in fondo i manicomi sono stati da tempo i luoghi nei quali rinchiudere i politici scomodi, gli avversari, i rompiscatole. Oggi nell’era dell’informatica e di tutte le sue meraviglie, i manicomi sono diventati virtuali, come molte altre cose, ma svolgono lo stesso la loro funzione, quasi come una volta. “E’ matto”, perciò significa ancora incontrollabile, pericoloso, meglio lasciarlo perdere e non credere a quello che dice.
Ma il “matto” Stramaccioni è diventato segretario provinciale del Partito Democratico perugino, un ruolo chiave del panorama politico regionale. Prima di aprire la nostra conversazione telefona alla moglie per avvertirla che andrà a prendere la figlia a scuola.
Con franchezza dichiara che la sua elezione ha chiuso una lunga e complicata fase congressuale durante la quale il confronto interno è stato spesso aspro e dal quale non è emersa una maggioranza congressuale netta e di conseguenza una altrettanto netta e condivisa linea politica a livello regionale, una dato incontrovertibile con il quale il partito sta facendo attualmente i conti, dopo la disastrosa vicenda del candidato per la presidenza della giunta regionale, per le elezioni 2010. Uno scontro che Stramaccioni ritiene che si poteva evitare, come è avvenuto in altre regioni, ma qui in Umbria non è stato possibile. Aggiunge che doveva e deve essere possibile evitare la radicalizzazione e la militarizzazione del conflitto interno al partito, perché i cittadini chiedono un Partito Democratico forte, autorevole e utile a difendere i loro interessi. Cita i numeri delle primarie per la elezione degli organismi di partito che in Umbria hanno avuto una partecipazione significativa. Stramaccioni ritiene utile ricordarci che in Umbria c’è un segnale di insofferenza verso la politica e nei confronti del Partito Democratico, sia quando è forza di governo nelle istituzioni, sia quando opera o non interviene sui diversi problemi sociali aperti. Preoccupanti, sono per lui, i dati della crisi attuale che investe oltre che l’Italia anche l’Umbria e sono evidenziati dall’aumento della disoccupazione, dalla crisi delle piccole e medie imprese, dal ristagno degli investimenti e da una crescita ridottissima del prodotto interno lordo regionale. Anche in questa vicenda della crisi, l’Umbria non è sicuramente un’isola felice, davanti alla nostra regione si apre una grande sfida per riuscire ad afferrare il treno dello sviluppo in tempi di forte competitività internazionale.
“Aumenta il numero della aziende in difficoltà e ciò dimostra che ormai l’assetto produttivo regionale è entrato definitivamente in crisi, nonostante la presenza di aziende di eccellenza. L’Umbria di oggi –aggiunge- più di altre regioni è interessata ad un vero e proprio processo di modernizzazione, proprio perché una fase del suo sviluppo, grazie ad un irripetibile flusso della spesa pubblica, per ragioni nazionali ed europee (anche telluriche, considerando le grandi risorse piovute nella regione per la ricostruzione post terremoto del 1997) sembra esaurirsi, senza che il suo sistema produttivo si sia adeguatamente modernizzato e gli squilibri territoriali e settoriali siano stai superati o sufficientemente ridotti. Se siamo convinti che si debba aprire una nuova fase della vita politica ed economico-sociale dell’Umbria, allora è, necessario che il Partito Democratico si metta alla testa di un processo di modernizzazione, promuovendo e investendo anche sulla costruzione di una nuova classe dirigente a partire, perché di sua competenza, da quella politico-amministrativa”. E già, per Stramaccioni il rinnovo della classe dirigente del suo partito è più che un chiodo fisso, è un imperativo necessario al proseguimento del governo della sinistra in Umbria, un governo che vogliamo ricordare guida la Regione da 40 anni. Si infervora nel discorso, incalzato dalle nostre domande e prosegue, dicendo che quella del rinnovo della classe dirigente è ritardo del Partito Democratico umbro che accresce le sue difficoltà nel contrastare la crescita del centrodestra anche in questa regione, e nell’interloquire con settori importanti delle forze produttive e sociali che secondo lui, sentono il partito Democratico sempre più distante.
Queste difficoltà rischiano di frenare il necessario slancio verso nuove politiche di sviluppo che possano fondarsi sulle potenzialità programmatiche e legislative del parlamento, del governo nazionale e di quello regionale, avviando un processo di modernizzazione dentro la dimensione interregionale dell’Italia centrale: “l’Italia mediana”, che è senz’altro da individuarsi come cerniera tra un nord sviluppato e un sud in cronica difficoltà, ma con forti potenzialità di espansione.
E le riforme sociali ed istituzionali? Stramaccioni non si fa pregare, secondo lui il potenziamento del sistema infrastrutturale regionale deve essere funzionale a una nuova idea di sviluppo che privilegi i settori più innovativi e a maggior valore aggiunto, oltre a valorizzarne altri come quelli per la produzione di beni immateriali, dell’economia verde, tenendo ben presente la dimensione della piccola e media impresa. “Dal punto di vista sociale, il proverbiale welfare umbro è messo sotto pressione dalla congiuntura nazionale e dall’azione non collaborativa del governo Berlusconi, ciò non toglie – aggiunge – che il Partito Democratico ha la responsabilità di dare risposte ai cittadini umbri in merito alle impegnative e inedite sfide che il momento attuale ci mette di fronte. Nonostante le difficoltà – ci dice il segretario – qualcosa però si poteva fare, per esempio rendere la macchina pubblica più utile allo sviluppo regionale, farne una risorsa invece che un peso, perché fino ad oggi non è stato certamente una risorsa di grande valore. Proprio per questo, nonostante i tanti finanziamenti europei e nazionali (come quelli del terremoto), non c’è stata una modernizzazione dell’assetto produttivo del nostro territorio, né si è prodotto un rinnovamento del sistema politico istituzionale, bisogna dare una risposta per il futuro su questi temi nel PD umbro, siamo abbastanza arretrati e divisi anche come centrosinistra, non c’è un gruppo dirigente regionale che rifletta su progetti e programmi. Il partito fino ad oggi è solo uno scheletro, costituito dalla statuto, dalle regole, eccetera, ma gli mancano i muscoli, il cuore, le articolazioni, l’anima, avevamo pensato alle elezioni primarie come un metodo per risolvere questi problemi e invece si sono rivelate un inutile spargimento di sangue, lasciando in giro veleni e odii che vanno addirittura al di là delle intenzioni dei contendenti”. Stramaccioni vuole anche parlare dei sindacati, che dice non hanno espresso una grande autonomia dal sistema delle amministrazioni locali, senza tante distinzioni fra loro, nonostante tutto si potrebbe giocare una grande partita tra amministratori locali, sindacati e banche, ma non c’è ancora la consapevolezza. Improvvisamente introduce il discorso sulla “discontinuità”, un argomento che gli sta molto a cuore, sul quale dice che non ci potrà mai essere una discontinuità programmatica se non ci sarà una discontinuità delle persone. Ci parla del vecchio PCI, quello che faceva “i bilanci con la matita”, cercava di forzare i cordoni della spesa pubblica per costruire lo stato sociale “locale”, cioè alla perugina, alla ternana, alla spoletina, alla folignate, eccetera. Questo ha comportato che ormai da troppo tempo la classe dirigente amministrativa è simile quasi al funzionariato di prefettura: si fa il quadro delle risorse, i progetti e tutto finisce lì, occorre riorientare, rieducare, “Per esempio non è facile superare la cosiddetta “politica del mattone” o quella dei centri commerciali senza una nuova classe dirigente, ma per averne una degna di questo nome, occorrerà tempo e una battaglia politica a tutto campo per realizzare attraverso il rinnovamento della classe dirigente la necessità di una regione forte e autorevole come istituzione, più vicina ai cittadini, più capace di conoscere e di interpretare la società locale. Attualmente il consiglio regionale non riesce a fare un lavoro legislativo di spessore e di qualità”.
E il federalismo fiscale? Per Stramaccioni rappresenta una ulteriore sfida per l’Umbria, che esprime una capacità fiscale pro capite inferiore alla media nazionale e quindi l’aumento della ricchezza prodotta in ambito regionale e il contenimento della spesa e degli sprechi, debbono essere i punti di orientamento fondamentali per il lavoro della classi dirigenti della comunità regionale.
Ma torniamo ad uno dei temi preferiti da Stramaccioni, quello della costruzione di una nuova classe dirigente, il segretario provinciale perugino sostiene che “il Partito Democratico può mettersi alla testa del processo di modernizzazione dell’Umbria se investe significativamente sulla costruzione di una nuova classe dirigente”.
Concetto che Stramaccioni estende non solo alla componente politico-rappresentativa, ma anche ad altri soggetti come sindacale e associativo, imprenditoriale, universitario, delle libere professioni, della burocrazia. E qui “Stram” come scherzosamente viene chiamato dagli amici, affonda il coltello della sua critica e autocritica inesorabile affermando che “una nuova classe dirigente non nasce per cooptazione all’interno di un modello costretto da rigide regole di appartenenza, perché anche questa è una causa di mancanza di innovazione e della cronica tendenza alla conservazione, dato che un vero e proprio ricambio generazionale avviene raramente e le regole del gioco non cambiano, perché il cooptato deve rispettare le regole imposte dal suo cooptatore in modo acritico e totale”. Secondo lui, una nuova classe dirigente nasce quindi dal momento che esprime idee innovative e la consapevolezza di dover rispondere alla propria responsabilità e funzione nella realizzazione di un progetto politico, anche tramite il confronto, il conflitto e il rischio della sconfitta, ma a patto che sia un conflitto caratterizzato da analisi, ideali, progetti e competenze con un forte radicamento sociale. E c’è un invito accorato, che Stramaccioni fa “il Partito Democratico dell’Umbria, deve impegnarsi a costruire una nuova classe dirigente che sia l’espressione di una compiuta identità democratica e di una forte autonomia politica, perché il rinnovamento abbia solide basi politiche e culturali e permetta al nostro partito di vincere la sfida dell’innovazione e della modernizzazione…”. E da queste considerazioni viene fuori l’immagine di un partito, quello Democratico dell’Umbria attualmente impegnato più che nel costruire progetti, in una lunga e sanguinosa conflittualità, Stramaccioni lancia un’avvertimento: “…dobbiamo quindi avvertire la preoccupazione di tanti cittadini e iscritti rispetto al fatto che la conflittualità che c’è oggi nel PD locale, rimanga come un dato permanente per il futuro”. Il segretario ritiene che dopo gli avvenimenti che hanno caratterizzato sia l’ultimo congresso che le primarie, la necessaria pacificazione del partito non può passare attraverso un unanimismo di facciata o di convenienza o peggio a qualche forma di trasformismo, che è già una strada sperimentata nel passato e causa delle difficoltà attuali, tutto questo non servirebbe al partito, all’Umbria e agli umbri, la crisi politica e del modello di sviluppo umbri richiedono risposte che non possono più attendere.
Guarda l’orologio, mi avverte che fra non molto il nostro colloquio dovrà essere interrotto perché deve andare a prendere la figlia a scuola, questa irruzione del privato familiare in una conversazione accorata e complessa come quella che stiamo facendo è una pennellata di leggerezza che stempera la pesante atmosfera nell’essenziale ufficio del segretario che ha due finestre sui tetti della vecchia città, e una soltanto consente la visione di uno spicchio di cielo.

 

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