Giovedì 27 Maggio 2010
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"IL CONSOLE E LA SPIA"
"Due personaggi della guerra di Liberazione in Umbria"   sdfs

di Alberto Stramaccioni

Nella ormai copiosissima letteratura sulla seconda guerra mondiale e in particolare sul periodo della guerra di Liberazione in Italia tra il 1943 e il 1945, emergono tanti personaggi coraggiosi, enigmatici, spregiudicati o vittime delle circostanze. E anche l’Umbria è stato il luogo dove alcuni di questi personaggi hanno vissuto i loro momenti eroici e tragici al tempo stesso. Vogliamo quindi raccontare la storia di due non italiani, un americano e una donna di origine ungherese che schierati su opposti fronti si sono ritrovati sui monti di Pietralunga durante la Resistenza al nazifascismo, messa in atto su quel territorio dalla formazione partigiana denominata brigata San Faustino (prendendo il nome dal luogo in cui si è costituita) poi chiamatasi “proletaria d’urto”.


Il cittadino americano è Walter W. Orebaugh, un diplomatico che si unisce alla resistenza italiana dopo essere entrato nel 1932 nel servizio estero degli Stati Uniti e inviato come Console a Nizza nel 1941, nella Francia occupata dai nazisti e governata dal collaborazionista Petain a Vichy. Viene arrestato insieme ai suoi collaboratori dall’esercito italiano, alleato dei tedeschi presenti sul territorio francese e poi trasferito come prigioniero, seppure speciale, prima a Gubbio e poi a Perugia con residenza all’Hotel Brufani. Successivamente è accolto dalla famiglia Bonucci ed entra in contatto con Bonuccio Bonucci proprietario terriero e comandante partigiano. E così che dal gennaio 1944 entra, con il nome di Michele Franciosi in clandestinità e poi partecipa a diverse azioni militari insieme ai componenti della Brigata San Faustino. Tra questi vanno segnalati il Ten. Col. Mario Guerrizio, il Ten. Mario Bonfigli, Don Marino Ceccarelli, il “prete bandito”, l’avv. Gaetano Salciarini, Bonuccio Bonucci, il Ten. Vittorio Biagiotti, il Ten. Livio Dalla Ragione ed altri. Il capitano della brigata Stelio Pierangeli, con il nome di combattimento Geo Gaves, assieme al Ten. Col. Guerrizio durante la resistenza svolge un intenso lavoro di coordinamento e di collegamento con il Comitato Antifascista di Firenze, curando il lancio delle armi e di materiali vari. Walter W. Orebaugh, il Console diventa uno della brigata realizza una particolare esperienza sociale e civile cioè quella di un cittadino americano che vive per mesi sulle montagne umbre a contatto quotidiano con i contadini. In un libro di memorie “Il Console” del 1994, ha ricostruito la sua storia umana e civile e la presenza nella lotta di Liberazione nazionale anche per il contributo che egli diede, come altri agenti dei servizi segreti alleati, e in particolare inglesi alla avanzata in Italia della V armata USA e della VIII armata britannica. 
Nei mesi della lotta partigiana sui monti di Pietralunga il Console assiste allo svolgersi di una drammatica vicenda che ha come protagonista Maria Keller De Schleitheim o Marion Keller, nata nel 1913, poliglotta di piacente aspetto e dalla biografia incerta. Artista teatrale, tra il 1938 e il 1940 viaggia tra Tunisi, Algeri, Marsiglia, diventata una spia e viene condannata a venticinque anni di reclusione per la sua attività spionistica in Francia ai danni dell’Italia e rinchiusa nel carcere di Perugia a partire dal 1940 fino alla caduta di Mussolini. La Keller era ancora nel carcere di Perugia, quando Armando Rocchi divenne capo della Provincia per conto della Repubblica Sociale Italiana e organizzò un finto rapimento per liberarla. Forse la Keller diviene la sua amante, la invia a Morena e nelle zone tra Pietralunga e Gubbio alla ricerca di informazioni sulla consistenza e l’azione delle brigate partigiane. Scoperta nella sua attività spionistica dopo varie peripezie riuscì ad ottenere l’ospitalità di in gruppo di ufficiali inglesi nascosti ad Acquaviva, mentre i partigiani la cercavano per processarla. A questo punto particolarmente significativa è la testimonianza del Console Orebaugh: “Andai immediatamente dal capitano Pierangeli e gli raccontai dei miei due incontri con Marion Keller e dell’uso che ella aveva fatto del mio cognome che doveva essere ignoto a tutti. Pierangeli non perse tempo: mandò una staffetta a Perugia per scoprire altri dettagli. Tre giorni più tardi ricevemmo informazioni tali che ci convinsero che l’amante ungherese dell’odiato prefetto fosse proprio Marion Keller e che la “elegante puttana” degli ufficiali inglesi fosse una spia. Signor Console – aggiunse Pierangeli gravemente – ho altre cattive notizie, purtroppo. Sono stato pienamente convinto dalle altre informazioni ricevute dalla staffetta, che Rocchi sappia perfettamente dove la sua piccola pollastrella si trova. Infatti crediamo che sia stata mandata espressamente per spiarci e per localizzare lei”.
E poi ancora Orebaugh racconta: “Il Console ha ragione. – intervenne Pierangeli molto deciso – riuniamo domattina la Corte Marziale e facciamo il processo. Andate ad arrestarla conducetela al presidio di Morena, ordinò a due dei suoi ufficiali. Non ci furono altre proteste; salutarono e due ufficiali partigiani partirono immediatamente per Acquaviva per prendere Marion in custodia. Gli ufficiali inglesi furono naturalmente furiosi”.
La testimonianza di Orebaugh racconta il processo e continua: “Fu presto smantellata la tesi che l’ungherese fosse una povera rifugiata innocente, incapace di atti di spionaggio. Quando le venne rivolta documentata accusa di essere una spia di Rocchi, Marion dopo aver un po’ tergiversato, scoppiò a piangere e rese piena confessione. “Sì, ero l’amante di Rocchi – singhiozzò- Sì, mi ha mandato quassù a spiarvi e per informarlo. Non avevo scelta. E’ un animale! Cosa mi avrebbe fatto se avessi rifiutato? Dovete riflettere su questo ed avere pietà Signori, sono solo una donna,non avevo scelta, tranne fare quello che lui aveva ordinato supplicò tra le lacrime”.
Condannata a morte dai partigiani la giovane spia ungherese Marion Keller venne fucilata il 28 maggio 1944 a Colle Antico di Pietralunga. Fu prima seppellita nei boschi e poi nel cimitero di Colle Antico e recentemente i resti sono stati trasferiti in Germania. Su tutta la vicenda della Keller è particolarmente toccante il racconto del giornalista e scrittore perugino Ottorino Gurrieri (nel libro “Una cometa su Perugia”, edito nel 1992) che ricostruisce la vita, l’esperienza tra i partigiani e la fucilazione della Keller a Colle Antico:
“…Un sottotenente, e due uomini avevano già scavato una fossa nascosta dalle piante della radura, ma quando furono vicino, anche Marion la vide, e impallidì. Il sottotenente consegnò a Federmann un foglio di carta. Era la sentenza con cui veniva “condannata a morte per spionaggio contro le forze partigiane la nominata Maria Keller, etc.” Max gliela lesse in tedesco. Marion disse con un filo di voce: - Ma davvero volete fucilarmi? - E che; per scherzo? – fece il sottotenente, uno di Cantiano. Max allora la invitò ad avvicinarsi alla fossa. Marion mezza stordita, con voce piangente congiunse le mani e invocò la Madonna…Allora Marion senza dire più una parola fece alcuni passo e fu sull’orlo…L’altro le domandò se aveva qualche desiderio, che si sarebbe interessato per accontentarla. Marion rispose: - Io non ho nessuno al mondo, e quindi non ho nulla da dirvi. Max trasse di tasca un fazzoletto, e voleva bendarle gli occhi. La donna rifiutò. Si inginocchiò, giunse le mani e alzò lo sguardo in alto, dicendo: - Dio mio, perdonami – In questa guisa e mentre pronunciava queste parole ad un segno del sottotenente i due mitra dello slavo e del tedesco la spianarono al suolo. Erano le 10.30. Marion rotolò nella fossa. Ma non era morta. Max con la rivoltella le scaricò nel capo tutte le cartucce. Essa era finalmente spenta, ma pareva guardare ancora con le sue ampie pupille celesti. Tornarono i due partigiani che s’erano allontanati – uno di Cantiano e uno di Pergola, - e cominciarono a ricoprire il corpo inanimato di Marion. Max scrive ancora: “…anche all’ultimo momento non si è protestata innocente”.

 

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