Lunedì 10 Maggio 2010
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"QUEST'ANNO UN 25 APRILE DEIDEOLOGIZZATO"
"All'insegna della memoria condivisa le celebrazioni del 65mo anniversario della liberazione nazionale"    sdj

di Alberto Stramaccioni

Quest’anno nei giorni precedenti e successivi alle celebrazioni del 65esimo anniversario del 25 aprile, a differenza delle esperienze passate (quando lo stesso Presidente del Consiglio non intendeva partecipare alle manifestazioni) si sono registrati commenti ed interventi all’insegna di un clima unitario, da “memoria condivisa”, pur con qualche limitata strumentalizzazione.
Sempre di più il 25 aprile è destinata a diventare la data simbolo dell’unità nazionale come lo sono quelle del 14 luglio per la Francia o del 4 luglio per gli Stati Uniti d’America. D’altronde è proprio in un biennio come quello 1943-1945 che avviene la “morte e la rinascita della patria” grazie alla partecipazione di una larga parte del popolo italiano alla guerra di liberazione dal nazifascismo, conclusasi il 25 aprile. Un evento oramai considerato il riferimento dei principi e dei valori scritti nella Costituzione e alla base della Repubblica Democratica.


La condivisione di questa interpretazione di una parte fondamentale della storia italiana è cresciuta negli ultimi anni ed è sempre più il frutto di una lettura meno ideologica o mitologica dei vari eventi politici e militari accaduti all’interno della seconda guerra mondiale.
Se un tempo le vicende della Resistenza armata antifascista erano le uniche gesta eroiche che caratterizzavano in particolare il periodo 1944-1945, oggi si sottolinea come in quegli anni è da riconsiderarsi la decisiva presenza dell’esercito anglo americano sul territorio italiano, il ruolo svolto dal ricostituito esercito italiano, lo svilupparsi di una inoccultabile guerra civile tra italiani fascisti e italiani antifascisti, assieme a una “guerra ai civili” voluta dai nazifascisti, ma anche, seppure in altre forme, dagli angloamericani attraverso i bombardamenti terrorizzanti. E poi ci sono i numeri che testimoniano come milioni e milioni di italiani hanno atteso lo svolgersi degli eventi in quella cosiddetta “zona grigia” che sembrava non esistere proprio perché, quasi improvvisamente, si voleva che gran parte dei cittadini passassero dall’aperta o silenziosa adesione al regime ad un’azione di contrasto.
Naturalmente tutto ciò non è espressione solo della esperienza italiana nella seconda guerra mondiale e non attenua l’importanza dell’azione civile e militare nella lotta di liberazione nazionale, ma certamente esprime la specificità di un paese che, dopo venti anni di dittatura, entra nel conflitto armato al fianco dei nazisti, poi dopo l’8 settembre 1943, si divide, una parte combatte al fianco degli alleati e l’altra con i tedeschi fino a presentarsi alla firma del Trattato di pace come un paese vincitore, ma è considerato un paese vinto. E tutto ciò condizionerà la vita della nazione nei decenni successivi.
La resistenza e la lotta di liberazione nazionale, simboleggiate dal 25 aprile, vanno dunque collocate in questo contesto storico politico e finiscono allora con l’assumere il significato di una battaglia per il riscatto nazionale di una gran parte della popolazione che voleva la fine della guerra, delle violenze, dei bombardamenti e della povertà, ma anche l’inizio di una Italia nuova e sicuramente più democratica.
I dati e i numeri delle diverse vicende militari intervenute tra il 1943-1945 sul territorio italiano parlano da soli e contribuiscono più di ogni cosa a deideologizzare le varie interpretazioni storico-politiche.
Innanzitutto c’è da sottolineare come al momento dell’armistizio vi fossero sul territorio italiano circa un milione di soldati tedeschi che aumentarono quando il 13 ottobre 1943 l’Italia rappresentata dal poco autorevole Regno del Sud, divenuta cobelligerante con gli angloamericani dichiarò guerra alla Germania hitleriana e nei fatti alla Repubblica di Salò di Mussolini. All’esercito tedesco si contrapponeva quello angloamericano che nella fase finale della Campagna d’Italia, dopo lo sbarcò in Sicilia a Taranto, Brindisi e Salerno poteva contare sulla V e VII armata USA e sull’VIII armata britannica fino a raggiungere oltre mezzo milione di soldati.
In maniera autonoma e assieme agli angloamericani operavano i gruppi partigiani che impiegavano circa trecentomila uomini e donne. A questi si contrapponevano assieme ai tedeschi le forze armate della Repubblica Sociale che poteva contare su un esercito di oltre duecentomila soldati, più la Guardia Nazionale Repubblicana di centocinquantamila soldati. Un teatro di guerra particolarmente articolato, quello italiano, dove combattevano dopo lo sbandamento dell’8 settembre anche le forze del ricostituito esercito italiano al fianco degli angloamericani che raggiunsero il numero di cinquecentomila unità. Questi operarono nei gruppi di combattimento Cremona, Friuli, Folgore e Legnano, mettendosi in evidenza negli scontri di Monte Lungo, Monte Marrone, Filottrano, Ostra per superare le difese naziste sulla linea Gustav e Gotica. Ma emblematiche furono le battaglie dei soli soldati italiani contro i tedeschi a Roma a porta San Paolo, a Cefalonia, a Trieste, Piombino, Gorizia, Cuneo, Savona, Viterbo e poi a Bastia in Corsica, Argiracastro in Albania e a Spalato in Iugoslavia. Al tempo stesso quasi seicentomila furono i soldati italiani deportati in Germania che non accettarono di combattere al fianco dei tedeschi e oltre cinquantacinquemila morirono nei campi di concentramento.
Particolarmente significativi sono i dati relativi ai caduti in combattimento nel luoghi mesi di guerra sul territorio italiano. Ben centomila furono i soldati i tedeschi morti e settantamila gli angloamericani, tra cui cinquantacinquemila britannici e sedici mila americani, mentre oltre ottantamila furono gli angloamericani prigionieri in Italia prima dell’armistizio. Tra i soldati italiani che combatterono al fianco degli angloamericani, spesso mal tollerati, perché alleati solo dopo l’armistizio, ci furono oltre ventimila caduti. Un contributo analogo venne dalle formazioni partigiane che operanti soprattutto nel centro nord dell’Italia videro cadere quasi trentamila uomini e donne. Nell’esercito repubblichino di Salò si calcolarono quasi quindicimila caduti.
Accanto a questi dati sui militari e i partigiani caduti non va certo trascurato il numero dei civili che hanno perso la loro vita per le rappresaglie dei nazifascismi, circa quindicimila, da distinguere comunque dai bombardamenti degli angloamericani che portarono secondo alcuni calcoli ad oltre centomila morti.
Come si può valutare dai dati nudi e crudi, la guerra di liberazione nazionale è stata combattuta su vari fronti e con il sacrificio di molte vittime, sia tra loro che si sono battuti dalla parte giusta, per la libertà, la democrazia e l’indipendenza nazionale, e sia da parte di coloro che si sono sacrificati credendo nei valori sbagliati, perché ingiusti e antidemocratici, di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.
La data del 25 aprile 1945 con la liberazione delle città del Nord ed in particolare di Torino, Genova, Milano, voluta dal Comitato di Liberazione Nazionale ha quindi un particolare significato politico di riscatto, di orgoglio e di dignità nazionale, ma sarebbe sbagliato ricostruire la nostra storia e definire la nostra identità nazionale senza ricordare il contesto politico militare e i tanti protagonisti della lotta per riavere un’Italia libera e democratica.
L’Umbria ha naturalmente contribuito al processo di liberazione nazionale in una fase certo breve, ma intensa, dal settembre 1943 al giugno 1944, dal valore particolarmente significativo per la storia politica e sociale della regione. Secondo i dati della Commissioni Regionali, 3725 furono i combattenti partigiani, 486 i caduti, 204 gli invalidi, 1796 i patrioti civili e tra questi 66 i caduti per un totale di 6277 partecipanti tra partigiani e patrioti alla lotta di liberazione nazionale. Altri dati in parte diversi sono stati riportati, ma sicuramente anche l’Umbria zona di passaggio tra un esercito, quello tedesco il ritirata e un altro, quello americano in avanzata, ha dato il suo contributo anche con i tanti morti civili per le rappresaglie nazifasciste con circa 250 vittime e i bombardamenti sulle città dei due schieramento militari in conflitto.

 

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