Martedì 09 Febbraio 2010
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"L'IMPEGNO DI UN PROTAGONISTA DEL PCI UMBRO TRA POLITICA E CULTURA"    sdf

di Alberto Stramaccioni

Con la scomparsa di Raffaele Rossi l’Umbria ha perso innanzitutto un “particolare” uomo di cultura. Con ciò non si intende sottovalutare o marginalizzare il suo importante ruolo politico e amministrativo svolto per più di mezzo secolo. Ma si vuole invece mettere in evidenza quel particolare rapporto organico tra politica e cultura che ha caratterizzato la sua intera vita di intellettuale e dirigente politico.


Un esponente originale di quella classe dirigente politica dell’Umbria che a partire dal secondo dopoguerra aveva in Giuseppe Ermini, Giorgio Spitella, Luciano Radi, Franco Maria Malfatti e proprio in Raffaele Rossi con Ilvano Rasimelli, Lodovico Maschiella, Ezio Ottaviani, Settimio Gambuli e poi, Fabio Fiorelli e Massimo Arcamone i massimi esponenti.
Un dirigente del Pci che ha segnato la sua attività politica sin da giovanissimo con lo studio e la ricerca dei connotati storico-culturali ed economico-sociali delle città e dei territori della regione nel corso dei profondi processi di trasformazione e di cambiamento intervenuti nei decenni.
Ha continuamente manifestato una curiosità ed un impegno per conoscere e risolvere i problemi delle diverse comunità rurali e cittadine nell’Umbria degli anni Cinquanta e Sessanta che sapeva collocare in un contesto storico e politico nazionale individuando nella realizzazione della sua “idea di regione” il modo per risolverli. Non a caso i suoi tanti studi e scritti testimoniano la necessità di dare vita ad una “regione mediana”, unitaria e policentrica al tempo stesso capace di costruire relazioni interregionali per un nuovo modello di sviluppo. Questa elaborazione Raffaele Rossi la mise a disposizione delle politiche regionalistiche del Pci e poi nell’esperienza della prima e seconda fase della programmazione regionale negli anni Sessanta e Settanta.
Nato a Perugia nel 1923 da una famiglia operaia di Porta Pesa è un giovane studente al Magistrale, (centro formativo di orientamento antifascista che aveva in Aldo Capitini un suo punto di riferimento) e dopo la guerra inizia la sua attività di maestro elementare nei borghi più sperduti dell’Umbria ed entra nell’organizzazione del Pci. Per anni resiste e cerca di non “tradire” la sua passione per l’insegnamento, prima di intraprendere la carriera del “rivoluzionario di professione” con ben magri compensi e diventa via via negli anni uno dei dirigenti di primo piano del Pci in Umbria.
Membro del Comitato Centrale del Pci nel 1956, dal 1950 al 1956 è segretario della Federazione Provinciale del Pci di Perugia e dal 1956 al 1966 di quella di Terni e poi dal 1967 al 1969 e dal 1973 al 1975 segretario regionale del Pci. Consigliere comunale a Perugia, Terni, Montecastrilli è stato eletto senatore nel 1968 a Terni e poi riconfermato nel 1972 e nel 1976 a Perugia. Negli anni Ottanta è stato vice sindaco di Perugia.
In questi decenni accanto alla sua intensa attività politica ed amministrativa pubblica decine e decine di articoli, saggi, volumi.
La passione per la ricerca storica segna tutti i suoi scritti che spaziano dalla storia urbana, a quella della scuola e del Risorgimento. Per vent’anni è stato il Presidente e l’animatore dell’Isuc l’Istituto per la storia dell’Umbria Contemporanea, mentre ha fondato e diretto fino all’ultimo una rivista di studi storico-sociali “Umbria Contemporanea”. Con queste responsabilità di organizzatore culturale ha dato un contributo rilevante alla costruzione della memoria storica e della identità regionale. 
“Volevamo scalare il cielo” pubblicato nel 1999 è il suo libro autobiografico, diario e testimonianza di una generazione, la sua, che amava pur con tutte le contraddizioni. Senza enfasi, sobriamente, nel volume rivendica la sua scelta di campo negli anni della guerra fredda, ma si dimostra disposto a dialogare con gli avversari, come già fece nel 1946 alla Sala dei Notari con i “ragazzi in camicia nera”.
E non a caso nelle scorse settimane ha voluto dare alle stampe il suo ultimo libro “La città, la democrazia, dialogo riformista con Gaetano Salvemini”, pubblicando scritti meno noti, attraverso un dialogo postumo sulla democrazia e il riformismo a partire dalle sollecitazioni che lo storico liberalsocialista rivolse a quei giovani, che negli anni quaranta avevano scelto come lui, di aderire al Pci. È stata la rivendicazione orgogliosa della sua “scelta di vita,” senza però rinunciare a capire le ragioni degli altri.
Fra le sue pubblicazioni si segnalano: Il Pci in una regione rossa. Intervista, Grafica, Perugia 1975; Discorso sulla città. Passato e presente nella regione ritrovata, Protagon, Perugia, 1984; Un simbolo di libertà, storia del monumento al XX Giugno, Editorale Umbra, Foligno, 1988; Da capitale agraria a città moderna, in Perugia, Laterza, Bari 1993; Una città più grande e più bella, in Cinquanta anni di urbanistica, storia e società della Perugia contemporanea, Protagon, Perugia, 1993; Una piccola regione nella prospettiva federalista, Uomini Economie Culture, Esi, Napoli, 1997; Retrospettive e prospettive di storia umbra, in una regione e la sua storia, Deputazione di Storia Patria, Perugia, 1996; Volevamo scalare il cielo. Il Novecento dai luoghi della memoria, Edizioni Era Nuova, Perugia, 1999; Una città tra continuità e cambiamento, in Perugia al passaggio del secolo, Editoriale Umbra, Perugia, 2000. Ha curato le collane “La più grande Perugia”, Protagone 1992 e la “Storia illustrata delle città dell’Umbria”, E. Sellino, Milano, 1993.

 

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