Intervento di Alberto Stramaccioni al IV Congresso dei Democratici di sinistra dell’Umbria. Perugia, Hotel Quattro Torri, 13-14 aprile 2007
Credo che in questa tornata congressuale, dopo lo svolgimento dei congressi delle Unioni comunali e di Federazione sia il momento di fare un passo avanti nel dibattito politico, in vista anche del IV Congresso nazionale di Firenze, della prossima settimana. La maggioranza dei nostri iscritti anche in Umbria con il 75% ha già compiuto una scelta per la costruzione del Partito Democratico, ma rimangono molti problemi aperti e non è un caso se proprio in queste ore a Roma si sono tenute e si tengono riunioni dei membri più autorevoli e rappresentativi del gruppo dirigente nazionale per affrontare al meglio il Congresso di Firenze.
La volontà di una parte significativa degli iscritti, che non intende aderire al nuovo partito non credo che debba essere vissuta da alcuno come una liberazione, ma al contrario come una perdita di risorse intellettuali ed umane particolarmente significative. Spero comunque che nei prossimi giorni, settimane e mesi, in tutta la fase costituente del nuovo partito ci sia la possibilità di convincere coloro che oggi non si riconoscono nel progetto e possano poi aderirvi.
In questo contesto è quindi utile che aumenti la capacità di ascolto reciproca, all’interno dei Ds, fuori dal partito, tra i Ds e la Margherita e tra i partiti e la società civile.
Nelle considerazioni che svilupperò, deluderò allora le aspettative di coloro che sono più interessati alla polemica personalistica che alla riflessione politica. E’ un momento delicato e credo che ognuno debba dimostrare il proprio senso di responsabilità. Una sola cosa però voglio dire al segretario Bracco che ha polemizzato con me attraverso un’intervista, e cioè di non interpretare i rilievi e le considerazioni critiche, peraltro su un punto come lo scarso rinnovamento delle classi dirigenti e il ruolo autonomo del partito dalle istituzioni, come complotti e congiure. Anche perché, permettimi di dirti, caro Fabrizio, tu che legittimamente ti vanti di avere un’estrazione politico-culturale liberal-socialista e non comunista, non dovresti avere di queste preoccupazioni. Erano proprio i comunisti, o meglio gli stalinisti, a vedere complotti dappertutto.
Detto questo, ritengo utile interloquire sui due piani della discussione proposti dalla tua relazione. Quello politico generale relativo ai caratteri del progetto del nuovo partito, del Partito democratico e quello legato alla prospettiva umbra del nuovo partito, anche se nella relazione non c’è l’approfondimento che sarebbe invece stato necessario.
1. E’ utile lavorare nelle prossime settimane e mesi per superare i limiti emersi nella discussione interna e nel confronto con la società, anche perché per fare una cosa completamente nuova nel panorama politico nazionale, non possiamo ripetere gli errori che abbiamo già compiuto nel passaggio dal Pci al Pds e dal Pds ai Ds. Innanzitutto il progetto non va interpretato in chiave minimalistica o trsformistica, ma con l’ambizione di fondare il nuovo partito su una precisa identità politico culturale, se vogliamo che assuma il carattere di un partito “a vocazione maggioritaria”, in grado di governare l’Italia in una fase particolarmente delicata, nel contesto internazionale.
Serve infatti un “pensiero politico nuovo” che non emerge con chiarezza dal “manifesto dei saggi”, e che reinterpreti valori come quello della libertà, della giustizia sociale, delle pari opportunità in una sfida aperta e in un rapporto positivo con le forze del socialismo europeo. Esse stesse infatti sono impegnate a superare una visione statica o ideologica del loro ruolo e funzione in Europa, e nel mondo intero. Il carattere plurale delle loro esperienze dal “blairismo” allo “zapaterismo” dalla socialdemocrazia nordica a quella tedesca, assieme alle grandi trasformazioni sociali in corso, inducono le forze del socialismo europeo a ridefinire la propria identità politico e progettuale. E in questo quadro un confronto politico si deve aprire anche con le altre forze progressiste operanti nel mondo occidentale da quelle del partito democratico americano e quelle liberaldemocratiche europee Siamo in un momento in cui cambia il rapporto tra economia e politica, tra Stato e mercato e in una fase in cui la politica e le istituzioni democratico-rappresentative rischiano di essere fortemente ridimensionate, se non marginalizzate dal potere delle multinazionali, della centrali bancarie e finanziarie e dalle lobby. Contestualmente i processi di globalizzazione chiedono di affrontare con una crescente consapevolezza e forza politica problemi planetari e complessi come quelli ambientali, del sottosviluppo, dell’immigrazione e del terrorismo internazionale. Negli ultimi venti anni sono intervenuti così tanti cambiamenti nell’assetto economico e tecnico-scientifico del pianeta da aver creato nuove disuguaglianze e contraddizioni, ma anche nuove possibilità per paesi oggi in forte crescita, come India e Cina. Se l’Europa vuole esercitare in futuro una sua funzione nel contesto internazionale tra America, Asia, Africa deve saper ritrovare fiducia e speranza nel futuro a partire dalla sua storia ed identità, ma anche incrementando la propria forza politica unitaria e la sua capacità di presenza economica, ma anche militare e di pacificazione quando si determinano dei conflitti armati, senza lasciare ai soli Stati Uniti la necessità dell’intervento.
L’Italia può incidere sui grandi temi e può pensare di svolgere un ruolo solo attraverso la sua presenza nel contesto delle istituzioni europee. L’Europa è il luogo dell’Italia per stare e influire nelle vicende mondiali. E la democrazia è lo strumento e il valore su cui investire per governare i processi di globalizzazione e di modernizzazione. E la democrazia è anche lo strumento e il valore per mettere in relazione positiva il globale e il locale proprio nella nuova fase mondiale. E non è quindi certo un caso che il nuovo partito si chiamerà Partito Democratico.
In questo contesto la cultura riformista e modernizzatrice per governare le disuguaglianze e le contraddizioni è il metodo che va seguito se il Pd vuole realmente contribuire a portare l’Italia al livello dei paesi più avanzati d’Europa. La sua arretratezza e fragilità in tanti settori economici e sociali, ma anche politici ed istituzionali richiede ad una forza politica, come il nascente Partito democratico, di saper rappresentare il motore riformista di una coalizione di governo. Lo sforzo per raccogliere e unire le esperienze e le forze riformiste del nostro Paese diventa quindi una sfida obbligata se si vuole realmente innovare il ruolo e la funzione della nuova formazione politica nella società italiana e nel contesto internazionale. Un primo risultato emblematico espressione di questa volontà riformatrice è sicuramente rappresentato da quell’importante deliberazione voluta dal governo Prodi che va sotto il nome di “liberalizzazioni”. Un’opportunità per superare privilegi, difendere i diritti dei cittadini e dei consumatori, aprire il mondo dell’impresa e delle professioni ai più giovani, in un mercato realmente aperto e competitivo. E’ questo anche un modo per contribuire a rinnovare la classe dirigente del nostro Paese. Un bisogno più avvertito da noi che in altri Paesi europei per la persistenza in Italia di una vecchia classe dirigente in diversi settori finanziari, amministrativi, imprenditoriali e tutto ciò è una causa non certo secondaria delle difficoltà del nostro Paese a competere e crescere economicamente e civilmente.
Un’altra questione sulla quale può e deve caratterizzarsi il nuovo Partito democratico è sicuramente il terreno delle riforme istituzionali ed elettorali per modernizzare e semplificare il sistema politico italiano. Poca attenzione sembra essere rivolta a questi temi nel dibattito congressuale, nonostante il referendum elettorale incombente. Se vogliamo realmente semplificare il sistema politico, affermare e consolidare una logica bipolare, dare più potere ai cittadini nelle scelte elettorali da compiere, non si può che operare contestualmente sia per una riforma delle istituzioni, intervenendo sulla forma di Stato e di governo e sui loro rapporti con le Regioni e gli enti locali, sul ruolo del Parlamento verso il superamento del bicameralismo paritario o “perfetto” e insieme sulla legge elettorale, dopo quella voluta dal centrodestra di tipo sostanzialmente proporzionale, che ha portato alla ingovernabilità soprattutto al Senato.
Si possono capire i problemi per la stabilità del governo procedendo nella definizione della nuova legge elettorale, provenienti dai partiti più piccoli, ma il referendum è destinato a produrre comunque delle decisioni ed allora è bene che ci attiviamo per avere in tempi relativamente brevi una nuova legge elettorale con l’impegno diretto e il più possibile unitario del Parlamento. Al di là delle diverse proposte è naturalmente importante che si affermi il carattere maggioritario e uninominale della legge, anche per dare più corpo e spazio al nascente Partito democratico che può meglio svilupparsi in un sistema bipolare anche se non bipartitico.
2. Venendo ora alla seconda parte del mio intervento credo sia utile riflettere sui temi e le condizioni attraverso le quali costituire il Partito democratico in Umbria. Innanzitutto c’è la questione del come affrontare questo tema nelle “regioni rosse” e in una di queste come l’Umbria, dove la tradizione, la forza e l’esperienza di lotta e di governo della sinistra è molto diversa da quella di altre. C’è un’identità, un’eredità, un’esperienza della sinistra da portare nel Partito democratico. E sarebbe da ingenui pensare che in un futuro prossimo non ci sarà comunque una certa competizione tra Ds e Margherita, naturalmente sul piano programmatico, ma anche su quello della gestione del potere locale. Dobbiamo quindi essere preparati per questa competizione costruttiva. C’è allora da rilevare che in questi anni il ruolo del nostro partito, dei Ds in Umbria, proprio sui temi della modernizzazione regionale e del riformismo è stato spesso criticato sia da sinistra e in particolare dal Prc, ma anche dalla Margherita. Dai primi per un presunto tentativo di destrutturazione dello stato sociale in Umbria e dai secondi per una scarsa volontà riformatrice e un certo e diffuso spirito conservatore. Ma pur di fronte alle critiche nessun risultato autenticamente riformatore si è nei fatti realizzato e la responsabilità non può di certo essere addebitata solo ai Ds.
Io ritengo però che proprio mentre stiamo per dar vita al Pd, noi Ds non possiamo apparire in Umbria come la componente del nuovo partito meno innovativa e più conservatrice, meno portata alla modernizzazione del sistema economico sociale e politico istituzionale dell’Italia e dell’Umbria.
E’ per questo che dobbiamo metterci alla testa di un processo riformatore che io chiamerei per “la terza modernizzazione” dell’Umbria, dopo quella avvenuta nel dopoguerra e negli anni Settanta. Qui conta la capacità di intervento unitario della coalizione e in particolare la convinzione e la determinazione del nascente Partito democratico. E qui conta anche il rapporto che si stabilisce tra partito e istituzioni. Bracco preferisce usare il termine “distinzione di ruoli tra partito e istituzioni” e non autonomia. Vada per la distinzione dei ruoli, ma tale distinzione in questi anni sui temi politici e programmatici perché non si è manifestata?! Perché non si è manifestata in un’azione tesa a sollecitare una riflessione sui caratteri e i risultati del Patto per lo sviluppo?! In una riflessione seria sulla stagnazione del Pil regionale che da molti anni oramai caratterizza l’Umbria?! In una sollecitazione per una riforma della pubblica amministrazione che stenta ad affermarsi per liberare risorse per lo sviluppo e l’innovazione?! E poi su quali strumenti pubblici e privati mettere in campo per superare una consistente dipendenza del sistema economico e sociale umbro dalla spesa pubblica! Sul come aumentare l’internazionalizzazione delle nostre imprese per competere in un mercato mondiale sempre più competitivo?! Sul come sollecitare il sistema creditizio e finanziario a sostenere le imprese innovative e competitive?!
Tutti temi tipici di un partito con un chiaro profilo riformista e modernizzatore. E tutti temi attraverso i quali un partito può sostenere o criticare, a seconda dei casi, l’azione di governo di una coalizione alla Regione o nei Comuni o nelle Province. Nel nostro partito invece c’è stato un forte deficit di direzione politica in Umbria. Tutto ciò ha portato ad uno strano atteggiamento, cioè né a sostenere, né a criticare la politica delle istituzioni, rinunciando così nei fatti a fare politica, per affidarsi alla sola forza d’inerzia come elemento di sostanziale conservazione dell’esistente. Bisogna cambiare radicalmente e serve un profilo chiaro per il Pd in Umbria, anche perché in futuro aumenterà la competizione politica ed elettorale nel centrosinistra. Avremo una geografia politica nuova in Umbria, con una riorganizzazione delle componenti della sinistra, che non vanno sottovalutate né sul piano politico, né tantomeno sul piano elettorale. La stessa cura per la composizione della coalizione sarà un impegno e un problema sempre più complesso. Non possiamo ripetere e non dobbiamo sottovalutare i problemi già sperimentati nei mesi scorsi nella costituzione della coalizione ad Assisi, Gubbio e Città di Castello ed i problemi oggi aperti nei comuni come quelli di Orvieto e Terni, anche se sembra avviarsi positivamente in questi giorni la vicenda di Todi in vista delle prossime consultazioni elettorali.
Per concludere vorrei dire che anche da questo nostro congresso regionale inizia un cammino verso il Partito Democratico che, sono convinto potrà essere una risorsa politica importante per la modernizzazione dell’Italia e dell’Umbria a condizione però che si sfrutti l’occasione della nascita di una nuova formazione politica per cambiare davvero, coinvolgendo e promuovendo innanzitutto una nuova classe dirigente in questo nuovo progetto politico. Grazie.





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