Università, una riforma inefficace

Umbria Settegiorni
Approvato al Senato un disegno di legge sullo stato giuridico dei docenti universitari

di Alberto Stramaccioni

Nei giorni scorsi è stato approvato dalla sola maggioranza di centrodestra un disegno di legge sullo stato giuridico dei docenti universitari per i contenuti del quale, il centrosinistra non ha partecipato alla votazione finale. Ora il testo passerà alla Camera. La nuova legge prevede concorsi nazionali e annuali, con “tetti” fissati in base alle richieste degli atenei. Chi li supera ottiene un’idoneità all’insegnamento che dura quattro anni. Il ruolo dei ricercatori sarà mantenuto fino al 2013. si potranno assumere ricercatori a tempo indeterminato o prendere giovani con contratti di ricerca triennali e rinnovabili. Questi ultimi potranno partecipare a concorsi per ricercatore fino al 2013 o per associato.

1. Certamente la riforma non va in direzione dell’autonomia dell’Università ed anzi si ripropone la guida centralizzata nel Ministero e l’idea di una “autonomia condizionata”. Tutto ciò contrasta con quanto chiesto da Rettori e docenti e con la tendenza all’ autonomia ormai diffusa negli atenei, non solo d’Europa. Per quanto riguarda poi la liberalizzazione degli accessi all’insegnamento, se si intende rendere temporanee le “fasce di ingresso” per coloro cioè che si avvicinano per la prima volta alla docenza, allora non si tratta certo di vera e propria liberalizzazione. In un sistema ben funzionante infatti, le fasce di ingresso sono una fase di passaggio, in cui quelli che risultano davvero portati per una carriera universitaria, si affermano decisamente. Ma, anche a questo proposito, nella riforma ci sono misure davvero datate. Infatti, il ruolo dei ricercatori va ad esaurimento e il contratto di tre anni è rinnovabile. Si tratterebbe invece di utilizzare una straordinaria opportunità: usare il ricambio anagrafico per svecchiare l’università e darle nuova linfa. Se si parte con le riserve di posto però, si impedisce un vero ricambio. Rendere flessibili le fasce d’ingresso invece è positivo, proprio perché è in quella zona che ci deve essere competizione. E’ patologico avere ricercatori di età molto avanzata, mentre invece è fisiologico avere fasce di ingresso flessibili. 
2. E’ probabile che questa riforma non provocherà alcun particolare danno, ma è altrettanto certo che non produrrà alcun effetto positivo. Si tratta di una legge che continua ancora a guardare all’Università di ieri e non a quella di domani. Per quanto riguarda poi la riforma dei concorsi che torna a livello nazionale, si tratta di un provvedimento non sufficientemente chiaro nei suoi diversi aspetti. Certamente i “concorsi locali” nel momento in cui l’autonomia è parziale diventano fonti di malfunzionamento. La soluzione non è però tornare indietro, ma andare verso un’autonomia compiuta, per cui le università scelgono in autonomia i docenti e naturalmente ne pagano poi tutte le conseguenze. Invece stiamo andando nel senso opposto a quello seguito, non solo nelle Università anglosassoni, ma in tutto il resto del pianeta. 
3. Buona parte del mondo universitario certamente resiste al cambiamento, anche perché l’attuale struttura universitaria è un equilibrio tra tante ed opposte esigenze e privilegi, cresciuti negli anni, quindi è naturale che ogni tentativo di costruire qualcosa di nuovo e diverso venga osteggiato. E’ d’altronde vero che per fare una seria riforma dello stato giuridico dei docenti universitari occorrerebbero decenni, ma questa era una buona occasione per costruire un nuovo equilibrio universitario fondato sul merito, purtroppo è stata sprecata. Inizialmente c’era un’impostazione razionale del problema della fascia d’ingresso della docenza, adesso tutto è affogato in un insieme di scelte veramente datate. In sostanza il provvedimento sullo stato giuridico è stato scritto dal Ministero per il Ministero. 
4. Si dovrebbe, invece, consentire alle Università di scegliere una strada diversa, quella dell’autonomia completa e compiuta. Le Università dovrebbero essere libere di assumere personale docente e non docente e una volta scelta questa strada potremmo allora comparare due sistemi universitari: quello che conosciamo e quello che si formerebbe. Le possibilità di muoversi in questa direzione già oggi sono ampie a partire dalle potenzialità esistenti nel possibile rapporto tra università e impresa che andrebbe sostenuto con maggiore convinzione. Ma si potrebbe argomentare che le cose non si fanno proprio perché gli incentivi dell’Università italiana spingono in un’altra direzione. Si tratta quindi di cambiare gli incentivi e non basta prevedere nuove forme o nuovi contratti. Il problema è intendersi su che cosa spinge ricercatori, professori e studenti a lavorare proficuamente all’interno dell’università italiana? Nello stato attuale essi non sono sollecitati dalla competizione, dall’autonomia e dal merito. E’ quindi sicuramente utile modificare proprio gli incentivi prima ancora di definire nuovi meccanismi per i concorsi o nuovi contratti. 
5. Servono di certo maggiori risorse per l’università italiana e per il sistema della ricerca, ma se queste risorse vengono calate in un sistema che non ha gli incentivi giusti, non produrranno ciò che devono produrre. Quindi la prima cosa da fare è costruire un sistema che spinga all’autonomia, al merito, alla competizione. Una volta fatto questo, le risorse che sono certamente fondamentali, avranno un enorme ritorno, perché saranno utilizzate in un sistema tendenzialmente più efficiente. Decenni di questo modello di università hanno convinto tanti che quella esistente sia l’unica forma possibile di fare Università, ma basta guardare l’Europa per capire che non è così. Non solo il modello anglosassone, ma anche quello spagnolo, da un po’ di tempo a questa parte e anche quello di alcune Università greche, rappresentano esempi di radicali trasformazioni verso la crescita qualitativa della didattica, della ricerca e della formazione. 
In Italia invece è stata apportata una riforma che finisce per cambiare molto meno di quanto sembra, lasciando davvero le cose come stanno.

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