Destra e sinistra si sfidino sulla “terza modernizzazione” in Umbria
Articolo dell’on. Stramaccioni pubblicato sulla rivista trimestrale “Diomede” in riferimento alle ragioni della difficile alternanza tra i due schieramenti in Umbria
Alcuni articoli pubblicati nei primi due numeri di questa rivista sono stati dedicati ad una interessante discussione sui caratteri della destra e sulle ragioni della “difficile alternanza in Umbria”, tra i due diversi schieramenti politici. Una riflessione avviatasi solo negli ultimi tempi, e già questo è di per sé significativo. Purtuttavia il confronto può risultare ugualmente utile, soprattutto se rivolto ad individuare i temi e le scelte necessarie per realizzare in futuro una effettiva alternanza tra i due schieramenti, nella gestione delle istituzioni e del potere in Umbria. Il mio auspicio può risultare difficilmente credibile, proprio perché ad ipotizzarlo è un esponente del centrosinistra, ma resto convinto che una competizione sempre più paritaria tra i due schieramenti, rappresenterebbe un’utile sollecitazione, anche per la mia coalizione e soprattutto un contributo importante per lo sviluppo futuro dell’Umbria. Se gli elettori infatti potranno in futuro scegliere tra due diversi progetti riformatori e quindi tra due idee chiare ed alternative di modernizzazione dell’Umbria, impersonate da altrettante classi dirigenti, tutto ciò rappresenterebbe un’importante risorsa politica utile allo sviluppo della regione, ben più rilevante di tanti contributi finanziari. Nel periodo che stiamo vivendo, si avverte infatti più di ogni altra cosa, l’assenza di “una nuova idea dell’Umbria”, proprio mentre la regione attraversa uno dei suoi momenti più difficili e complessi.
1. Per una competizione paritaria. Una competizione vera tra i due schieramenti dovrebbe quindi partire innanzitutto da un confronto su due diverse idee del futuro sviluppo dell’Umbria. Ma conferire una fisionomia potenzialmente alternativa ai due schieramenti significa innanzitutto rimettere in discussione il profilo politico-culturale, le esperienze di governo e di opposizione, le classi dirigenti, di entrambi gli schieramenti. Un’operazione che non è certamente facile e di breve periodo, né per il centrodestra, e tantomeno per il centrosinistra, dopo decenni di “stabilità al ribasso”, che hanno finito con l’impigrire e indurre alla conservazione dell’esistente anche le stesse forze imprenditoriali e quelle sociali. Ma dai primi anni Novanta l’esigenza di un profondo cambiamento sul terreno economico e politico è diventata una necessità per l’Umbria. Innanzitutto per ragioni economiche, di fronte alle sfide dei mercati globalizzati, ai vincoli europei, alla crisi dello stato sociale, che hanno aggravato le già difficili condizioni dell’Umbria. Siamo giunti ad una situazione in cui, negli ultimi cinque anni si segnala una crescita intorno allo zero del prodotto interno lordo regionale, mentre per servizi, assistenza e previdenza ogni anno si spende un milione di euro in più di quello che realmente si produce. Questi dati dimostrano che è entrato in crisi un modello di sviluppo affermatosi soprattutto negli anni Settanta, che si è incrociato nei primi anni Novanta con la crisi del sistema politico nazionale e locale. Poi dal 1994 con le nuove leggi elettorali nazionali e locali si è modificato il confronto politico anche in Umbria, con la nascita di due schieramenti attraverso i quali si è affermata una logica bipolare, contro ogni tendenza neoconsociativa, che pure aveva avuto qualche spazio negli anni Settanta. L’insieme di queste nuove condizioni economiche e politiche chiedono ad entrambi gli schieramenti, dopo la lunga transizione degli anni Novanta, di riprogettare il loro ruolo e la loro funzione nella società regionale, se vogliono rispondere realmente ad una crisi strategica, così come non si era mai vista nella storia dell’Umbria contemporanea. Forse si può ancora vivacchiare per qualche anno, ma con il rischio di veder crescere l’insoddisfazione e l’insofferenza verso la politica e le istituzioni. Ecco perché preoccuparsi di come dovrebbe essere l’Umbria tra dieci o venti anni è una questione che deve interessare oggi, sia il centrosinistra che il centrodestra. Naturalmente la sinistra ha le maggiori responsabilità rispetto alla situazione esistente oggi, ma se non si è realizzata e non si realizza una effettiva alternanza anche la destra ha forse svolto un’opposizione compiacente, dalla quale non è emerso il carattere realmente alternativo di questo schieramento, soprattutto negli anni più recenti, senza voler tornare indietro ai tempi della Dc, del Pci e del Psi.
2. Meno stato e più mercato. Ma al di là delle responsabilità sul passato, che pure ci sono, l’Umbria ha oggi bisogno di superare proprio quell’idea del proprio sviluppo basata quasi esclusivamente sulla presenza e il contributo dello stato nell’economia e nella società regionale, come già avvenuto dal 1944 al 1970, con la Ricostruzione, la Rinascita, la Programmazione e dal 1970 ai primi anni Novanta con l’avvento della Regione e la nascita di un diffuso Stato sociale. Due fasi nel corso delle quali si sono certo realizzati processi di forte modernizzazione in una regione profondamente arretrata, ma su questa crescita non si è innestato poi un processo duraturo di nuovo sviluppo del sistema economico e sociale. L’Umbria, date le condizioni di partenza è rimasta più indietro di altre “regioni mezzadrili” con essa comparabili e si è affermata una particolare dimensione statalistico-assistenziale, con quasi la metà della popolazione che vive o sopravvive con il sostegno diretto o indiretto dello stato centrale. Ora, se questa è la realtà e se il flusso di finanza pubblica, nazionale ed europea è destinato a ridursi drasticamente nell’immediato futuro, occorre una svolta radicale nella politica delle istituzioni nazionali e locali, una specie di “terza modernizzazione” dell’Umbria, mentre la popolazione è tra le più vecchie del paese, la competitività industriale è profondamente inadeguata e si confermano anguste politiche bancarie e creditizie e ritardi nel comparto universitario e formativo.
3. La via post-industriale per l’Umbria. Il sistema economico e sociale dell’Umbria deve sapersi reinventare e riprogettare nel breve e nel medio periodo, investendo per esempio in un rapporto realmente innovativo e collaborativo tra l’azione programmatoria pubblica e l’iniziativa privata, troppo spesso assente o inadeguata. E’ questo un indirizzo che può avere un valore strategico per il centrosinistra e il centrodestra, salvo poi attribuire ruoli e funzioni diverse alle componenti pubbliche e a quelle private. Si tratta di avere un progetto per valorizzare e sollecitare il sistema delle imprese umbre, produttive e finanziarie e le istituzioni culturali e formative, affinché attraverso distretti industriali e distretti tecnologici e culturali, promuovano la competitività territoriale e globale, al fine di sostenere e governare la “terza modernizzazione” dell’Umbria. Vedo naturalmente anch’io le “arretratezze storiche” della regione, ma la sfida per un centrosinistra e un centrodestra che non vogliono arrendersi, sta nel sostenere forze sociali, settori produttivi, aree territoriali, aziende, singoli imprenditori che con la loro attività prefigurano una modernizzazione basata su un equilibrato intreccio tra produzione manifatturiera e attività terziaria, potendo contare su un diffuso sistema infrastrutturale che salvaguardi e valorizzi il territorio, l’ambiente e le risorse culturali, per l’affermazione di un sistema turistico e ricettivo di particolare qualità.
4. Per la competitività del sistema Umbria. La modernizzazione e il nuovo sviluppo della regione hanno innanzitutto bisogno per essere realizzati di un nuovo intervento delle istituzioni rappresentative che segni anche qui una rottura con il passato. Alcuni interventi diventano oggettivamente indispensabili per conferire una più forte competitività all’intero sistema Umbria. Innanzitutto, proprio per le caratteristiche del suo assetto istituzionale, è necessaria una vera e profonda riforma della pubblica amministrazione che liberi risorse e dimostri più efficienza, svincolandosi da sprechi per investire di più nella formazione finalizzata e nella ricerca tecnologica a sostegno delle attività produttive. Il potenziamento del sistema infrastrutturale viario, ferroviario ed aereoportuale può e deve essere funzionale a una nuova idea dello sviluppo, basato su meno industria manufatturiera (privilegiando i settori più innovativi a maggior valore aggiunto) e più economia dei beni immateriali, della conoscenza, delle risorse culturali e dei servizi, puntando sulla “risorsa Umbria” e come originale identità regionale. In questo contesto deve cambiare anche la funzione del sistema creditizio e finanziario per contribuire a promuovere lo sviluppo e la crescita soprattutto della piccola e media impresa. Se nei prossimi anni non si realizza un rafforzamento ed una qualificazione di queste fondamentali leve per lo sviluppo c’è il rischio concreto di marginalizzare nel suo insieme sia il ruolo del sistema politico-istituzionale che di quello economico-sociale, di una realtà come l’Umbria. Evitare il “galleggiamento sull’esistente” diventa un impegno di cui dovrebbero farsi carico entrambi gli schieramenti, naturalmente con gradi diversi di responsabilità. In questo contesto diventano certamente decisive anche per l’Umbria le politiche nazionali ed europee, ma è soprattutto la capacità progettuale e di governo e l’inventiva della classe dirigente a fare la differenza, in modo particolare in una regione come la nostra. Su questo terreno credo che anche il centrodestra debba compiere un suo sforzo soprattutto dopo l’occasione mancata negli anni Novanta quando poteva porsi come alternativa reale al centrosinistra attraverso una nuova classe dirigente e un nuovo progetto di sviluppo per l’Umbria.
5. Classe dirigente cercasi. Ha perso infatti un’occasione storica allorquando, proprio alla metà degli anni Novanta, non ha saputo rappresentare un’alternativa politica e progettuale al centrosinistra. Non l’ha saputa sfruttare, forse anche per la fine traumatica della “prima repubblica”, ma quando si è affermata “l’esperienza Ciaurro”, questa ha stentato a diffondersi in Umbria proprio perché si è affrontata, con una certa superficialità scandalistica, l’interpretazione di quel fenomeno chiamato “tangentopoli umbra”. La vicenda non ha prodotto quella svolta politica nel centrodestra umbro che ci si poteva attendere, stante il “nuovismo berlusconiano” imperante in quegli anni. Una vicenda quella della tangentopoli che troppo spesso in Umbria è stata letta solo come una questione giudiziaria. E’ stata invece, una questione soprattutto politica, perché ha coinvolto fatti e persone che di un certo uso e abuso del flusso della spesa statale, in particolare nel campo delle opere pubbliche, avevano fatto la risorsa fondamentale, per sostenere un certo modello di sviluppo, caratterizzato da un diffuso sistema infrastrutturale, considerato la priorità imprescindibile per la crescita e la modernizzazione della regione. Il centrodestra non trasse le debite conclusioni dalla crisi e dalla fine di un modello di sviluppo e non elaborò una strategia alternativa. Al contrario la sinistra, dopo anni di discussioni pubbliche e conflitti interni, avanzò una sua risposta politica e alla metà degli anni Novanta, avviò una nuova stagione progettuale con l’impegno di una nuova classe dirigente, identificatasi poi con la cosiddetta “stagione dei professori”. L’esigenza di una rottura con il passato e con la politica delle sue tradizionali classi dirigenti, fece perno sulla valorizzazione delle forze più innovative della società civile, non disgiunta da un progetto di nuova modernizzazione economica e sociale della regione. Se poi l’esperienza dei “professori” non è stata certamente del tutto positiva, perché non si è realizzata quell’inversione di tendenza nelle tradizionali politiche di sviluppo, questo non vuol dire che era sbagliata l’analisi sulla crisi e le proposte di nuova modernizzazione che vennero avanzate. Tanto più che fu proprio il centrosinistra ad aver avuto la forza e il coraggio di prendere atto della inadeguatezza della guida politica-amministrativa, in quegli anni e in occasione delle elezioni comunali e regionali, del 1999 e del 2000 propose alcuni avvicendamenti senza rinnegare le pur valide esigenze di una nuova modernizzazione dell’Umbria.
6. Istituzioni e società civile. Ma il centrodestra in questo delicato frangente della metà degli anni Novanta è stato lì ad aspettare come andavano le cose, senza intervenire in quelle che potevano essere interpretate oggettivamente come forti contraddizioni del centrosinistra, con rischi di implosione, al punto che in tre anni vennero avvicendati ben tre Presidenti di Regione. Perché quindi il centrodestra non ha innalzato la “bandiera della società civile” per una politica di rinnovamento della classe dirigente nella gestione della cosa pubblica in Umbria? Esiste certamente “una indisponibilità condizionata” della società civile rispetto al sistema politico-istituzionale in Umbria. Forse, almeno in parte, non è sufficientemente orgogliosa della sua autonomia sociale, o non si percepisce come una realtà con un forte potenziale democratico, ma nella borghesia delle professioni, in alcuni ceti imprenditoriali fuori dal circuito della spesa pubblica, ci sono sicuramente forze disponibili a battersi per una alternativa al centrosinistra. Perché in particolare il centrodestra non è riuscito a coinvolgerle? Su queste forze influiscono certamente quei ceti sociali e imprenditoriali che votano a destra per il governo nazionale e a sinistra per il governo regionale e locale, stante un certo sistema di potere, ma se non si combatte per affermare una prospettiva di crescita e di nuovo sviluppo, fuori dalla speranza del sostegno pubblico e statale, ogni possibilità di costruire l’alternanza rischia di essere preclusa. Si sostiene che nel centrodestra ci sono alcuni dirigenti ex Dc ed ex Psi che condizionano in termini tendenzialmente neoconsociativi la politica di questo schieramento in Umbria. Forse è così, ma se non prevale una nuova classe dirigente imprenditoriale, sindacale, intellettuale più competitiva, che operi fuori dal “mercato protetto”, rischiando in proprio, siamo condannati ad una cronica arretratezza e dipendenza.
7. Rossi per sempre? Questo della nuova classe dirigente è certamente un tema di cui deve farsi carico anche il centrosinistra evitando di contare troppo sulla rendita di posizioni proveniente da un glorioso passato che ormai non esiste più, come dimostra anche l’esito delle ultime elezioni comunali. Nelle file del centrosinistra sembra essersi attenuata la tensione al rinnovamento e al cambiamento fino a scomparire, proprio perché i suoi partiti, le maggioranze nelle assemblee elettive hanno affievolito il loro impegno democratico e riformatore. Alla direzione politica, consapevole e innovativa si è andata oggi sostituendo una specie di guida affidata alla forza di inerzia, al lasciar fare, con il rischio di un logoramento sia della funzione rappresentativa delle istituzioni, quasi identificabile oramai in una dimensione prefettizia, che del ruolo del partito e della politica. Se si aggiunge poi che l’attuale classe dirigente politico-amministrativa della sinistra è in gran parte rappresentata dall’ultima o l’ultimissima generazione formatasi nella esperienza della vecchia sinistra storica, occorre assolutamente porre mano alla rapida sperimentazione di una nuova classe dirigente. E a ben poco serve cullarsi sulla troppo rosea prospettiva del “rossi per sempre”, anche perché con l’attuale sistema elettorale di tipo bipolare, se si riduce appena la capacità di fare coalizione di uno schieramento, si possono avere molte sorprese. E a volte come abbiamo visto, più che a vincere uno schieramento, è l’altro che perde, con delle vere e proprie implosioni interne alla coalizione o al partito guida.
8. Per una politica oltre le oligarchie. Ma se le classi dirigenti politico-amministrative del centrodestra e del centrosinistra devono essere sempre di più coscienti del loro ruolo necessariamente innovativo, non tutto dipende o può dipendere da loro. Anche le forze e le istituzioni sociali per le loro specifiche responsabilità, non possono considerarsi solo spettatori interessati del conflitto politico-elettorale. È’ preoccupante infatti registrare che le classi dirigenti delle forze imprenditoriali, sociali, finanziarie, universitarie, burocratico-dirigenziali, sono rimaste pressoché immutate negli ultimi decenni in Umbria. Ha preso infatti corpo una sorta di oligarchia trasversale, non sottoponibile a nessuna verifica elettorale che condiziona e determina alcune scelte politiche particolarmente importanti, negli ambiti sanitari, commerciali, urbanistici e infrastrutturali. Persiste in Umbria un certo sistema di potere oligarchico, più che in altri contesti nazionali, che condiziona sia le possibili scelte del centrosinistra che del centrodestra. Come può essere valutato d’altronde il concentrarsi di un insieme di interessi e funzioni imprenditoriali, editoriali, finanziarie e associative in poche persone, a partire dallo sfruttamento dell’ “accumulazione originaria” derivante dalla gestione dei lavori pubblici, in continuità storica con quella che un tempo proveniva dalla rendita agraria, urbana o fondiaria? E’ questa una realtà particolarmente moderna? Non c’è naturalmente niente di scandaloso o sconvolgente in tutto ciò, ma come il tempo ci ha dimostrato il perpetuarsi di logiche oligarchiche porta non solo ad evidenti conflitti di interessi (a cui bisognerebbe prestare almeno una qualche attenzione politico-culturale) ma anche e soprattutto ad una sostanziale autoreferenzialità dei poteri che non si muovono certo nell’interesse generale dell’Umbria.
Recuperare l’orgoglio di un’azione politica autonoma da tutti gli altri poteri, da parte dei due schieramenti può e deve essere la precondizione, il primo passo per dare realmente corpo ad una credibile competizione per l’alternativa anche in Umbria.





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