Sulla procreazione non c’è alcuno scontro ideologico

Umbria Settegiorni
Al termine la raccolta di firme per il referendum sulla fecondazione assistita

di Alberto Stramaccioni

È oramai terminata la campagna per raccogliere le firme per il referendum sulla procreazione assistita che intende modificare la legge approvata dal parlamento italiano nei mesi scorsi. Il 12 luglio sono stati depositati presso la Corte di Cassazione quattro quesiti referendari parzialmente abrogativi della legge n. 40/2004 sulla “procreazione medicalmente assistita” mentre è stato anche presentato, promosso dai Radicali, un referendum interamente abrogativo della legge stessa.

I primi tre quesiti referendari dei quattro, su cui si sono impegnati i partiti dell’area laica e riformista riguardano rispettivamente le norme che comportano i rischi per la salute della donna, che vietano la fecondazione eterologa e che impediscono la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali. Il quarto quesito referendario contiene la richiesta di abrogazione delle norme maggiormente lesive del diritto della donna all’autodeterminazione.
In particolare, nei tre quesiti referendari anzidetti si chiede di abrogare la legge dello scorso 19 febbraio nelle parti che, affermando in modo inequivocabile il carattere terapeutico della fecondazione assistita, (art.1 commi 1 e 2), sanciscono il primato dei metodi “naturali” di riproduzione, vietando paradossalmente l’accesso alle moderne tecniche di fecondazione proprio ai soggetti che al di fuori del ricorso a tali tecniche non possono essere genitori. Per la stessa ragione si intende abrogare il divieto della fecondazione eterologa (con l’utilizzo di gameti di un donatore esterno alla coppia) imposto dalla legge 40/2004 (art. 4, comma 3) e le sanzioni previste per chi vi facesse ricorso (art. 12 comma 1). Inoltre i promotori dei quesiti abrogativi “parziali” della legge 40 vogliono eliminare quelle parti della legge che rappresentano un sostanzioso sacrificio dei diritti e della salute della donna (art. 14 commi 1 e 2), nella misura in cui vietano la crioconservazione degli embrioni e limitano a tre il numero massimo di embrioni producibili “in vista di un unico e contemporaneo impianto”, imponendo alla donna di sottoporsi, ad ogni tentativo, alle pesantissime e costosissime terapie ormonali che precedono l’intervento vero e proprio.
Il quarto quesito abrogativo “parziale”, promosso principalmente da un gran numero di donne chiede l’abrogazione dell’intero art. 1, che con una formula estremamente impegnativa (“la presente legge assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”), attribuisce al concepito personalità giuridica – laddove, fino ad oggi, questa era subordinata all’evento della nascita (art. 1 comma 1 del Codice civile) – nella convinzione che si possa tutelare l’embrione con strumenti che non contrastino con altre norme dell’ordinamento e soprattutto con il diritto della donna all’autodeterminazione. La legge 40, viola questo diritto in più modi e soprattutto nel momento in cui dispone di fatto l’obbligo di impianto in utero dell’ovulo una volta avvenuta la fecondazione (art. 14 comma 3).
Di fronte a questa legge una larga componente del centrosinistra ha contribuito a raccogliere quindi le firme per il referendum, convinta che si tratti di una legge nel suo complesso ingiusta, soprattutto nei confronti delle donne, delle coppie e, in particolare, nei confronti dei milioni di persone affette da gravi patologie degenerative come i tumori, il Parkinson, e l’Alzheimer, che attendono una cura dalla ricerca medico-scientifica. Proprio quella ricerca che questa legge ostacola, come sostengono i più autorevoli scienziati italiani.
In nessun altro paese si registra un insieme di divieti, alcuni dei quali tali da imporre il trasferimento in utero di embrioni, anche se malati. Ed inoltre in nessun altro paese viene negata alla scienza la possibilità di studiare terapie per le malattie cardiovascolari e per malattie sociali oggi incurabili.
Si tratta al contrario di ispirarsi al principio della laicità dello Stato e al riconoscimento del pluralismo culturale ed etico, sostenendo la libertà di scelta delle persone, il sostegno alla ricerca scientifica, l’affermazione dell’autodeterminazione delle donne.
Non sfugge naturalmente a nessuno la delicatezza del tema in questione. Si parla della vita e della sua riproduzione, temi su cui è del tutto legittimo che si abbiano ragioni etiche, religiose, culturali diverse che tutte vanno rispettate. E proprio per questo abbiamo gran parte del centrosinistra vuole rifuggire da qualsiasi integralismo, visione unilaterale o forzatura manichea. Così come è deviante rappresentare questa discussione come una contrapposizione tra cattolici e laici. Nella cattolicissima Spagna vige una legge assai più civile, sicura e sensata di quella approvata dal Parlamento italiano.
L’unico obiettivo che si deve avere è quello di potere ottenere una buona legge in grado di soddisfare la aspirazione alla genitorialità di milioni di coppie, tutelare i diritti del nascituro, preservare la dignità morale e fisica della donna, consentire alla ricerca di debellare malattie fino ad oggi incurabili.
Proprio per questo ci siamo battuti in Parlamento ricercando ogni possibile convergenza. Anzi – pur considerando errata e del tutto inadeguata la legge proposta dal governo – nel corso del suo esame parlamentare avevamo concentrato le nostre proposte emendative sui punti più clamorosamente aberranti, proponendo che la legge prevedesse: la possibilità per la donna di revocare il consenso anche a impianto avvenuto; l’utilizzo a fini di ricerca degli embrioni non utilizzati; la possibilità di accedere alla procreazione medicalmente assistita anche per coppie non sterili, ma in cui uno dei partner sia affetto da patologie ereditarie trasmissibili; la crioconservazione degli embrioni e una metodologia di impianto meno invasivo e devastante per la donna; la possibilità di ricorrere alla fecondazione eterologa almeno nei casi di sterilità assoluta e in ogni caso sulla base di procedure di controllo rigorose. Questioni di buon senso, che qualsiasi persona civile ritiene del tutto ovvie.
La maggioranza di destra ha bocciato ogni proposta, blindandosi in una cieca chiusura con l’unico fine di approvare una legge qualsiasi, mossa dall’obiettivo strumentale di ottenere una qualche legittimazione da chi è contrario alla fecondazione assistita.
Per questo ci sono oggi i referendum. Non perché si voglia lacerare il paese, né perché si voglia drammatizzare un tema così sensibile. Sono state raccolte le firme perché era ed è l’unico modo per rimediare ai guasti profondi di una brutta legge che offende le coppie e umilia le donne.
D’altra parte è significativo che il ministro per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo abbia dovuto riconoscere che l’attuale legge sulla procreazione assistita è sbagliata e va cambiata. Non saremo certo noi a rammaricarci di questo ripensamento, anche se il ministro Prestigiacomo quelle parole avrebbe potuto pronunciarle in Parlamento, durante l’approvazione della legge, quando seduta nei banchi del governo tacque. Oggi il ministro Prestigiacomo annuncia un’iniziativa per modificare quella legge mossa dall’evidente preoccupazione che l’iniziativa referendaria parli anche a donne e coppie collocate elettoralmente a destra, ma non meno desiderose di vedere soddisfatte la loro aspirazione ad avere un figlio. In ogni caso quale che sia la ragione, se adesso la maggioranza di governo vuole finalmente abbandonare la sua arroganza, compia atti conseguenti. 
Naturalmente gran parte del centrosinistra è interessato ad una buona legge. Il referendum non è un obiettivo in sé, è uno strumento. Se si vuole fare una buona legge – davvero, e non solo per evitare un referendum – occorre riaprire il confronto e gran parte del centrosinistra può avanzare proposte adeguate e utili a dar vita ad una nuova legge.
Se, invece, nonostante la assoluta disponibilità di gran parte del centrosinistra, la maggioranza di destra continuerà ad essere sorda e cieca, allora è giusto che siano i cittadini a scegliere e a evitare che l’Italia abbia una legge che offende elementari principi di civiltà.

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