Troppo sconfittismo, poco riformismo

Qualche valutazione sul pamphlet di Renato Covino sull’Umbria dell’ultimo ventennio.

di Alberto Stramaccioni su Micropolis del dicembre 2005, inserto mensile umbro de il manifesto

Se non si conoscesse il disincanto e una qualche propensione autoironica dell’autore, definire i protagonisti politici della sinistra umbra, ma non solo quelli, “equilibristi sulla palude”, potrebbe apparire più che un giudizio, un pregiudizio piuttosto esasperato. Detto questo, l’insieme delle valutazioni politiche, espresse da Renato Covino nel suo pamphlet, sulle vicende dell’ultimo ventennio in Umbria, non mi convincono proprio nel merito delle argomentazioni. Dal suo libro emerge una interpretazione troppo unilaterale, riassunta nella teoria del duplice fallimento della politica espressa da una certa sinistra umbra, quella riformista in particolare. Le scelte sbagliate, secondo Covino sarebbero quelle“delineate nel corso degli anni settanta, cui è venuto a mancare il retroterra economico e sociale di riferimento e quello delle risposte a tali crisi che si affermano utilizzando l’esecrazione popolare delle pratiche tangentizie e assecondando le ideologie liberal-liberiste e i nuovi miti degli anni ottanta. Oggi queste scelte mostrano la corda con il risultato che non esiste più un’ipotesi credibile di sviluppo economico e sociale, se non l’utilizzazione dei flussi, tutt’altro che trascurabili di spesa pubblica e una gestione tutto sommato mediocre dell’esistente”. Siamo quindi di fronte alla “sindrome della sconfitta permanente”, una specie di resa incondizionata che non lascia molto spazio all’ iniziativa autonoma della sinistra, sul piano politico ed istituzionale. Essendo convinto dell’esatto contrario, mi permetto di interloquire proprio con quelle valutazioni politiche che mi appaiono meno fondate .

 

1.Innanzitutto credo che non si possa decontestualizzare oltremisura la vicenda umbra dal quadro politico di riferimento generale e nazionale soprattutto negli anni Novanta. E’ pur vero che ci sono molti affezionati sostenitori (ultimamente un po’ meno) di un’ idea dell’Umbria come isola felice, autarchicamente autogestibile, ma non si può certo marginalizzare il peso avuto, anche nella nostra regione, da quell’insieme di eventi che nel quinquennio 1989-1994, hanno mutato il sistema politico istituzionale italiano e quello umbro, fino a far parlare del passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Un’intera classe dirigente nazionale e regionale (sia pure con caratteristiche ed esperienze molto diverse) è entrata in crisi per ragioni interne e internazionali e con essa il compromesso economico e sociale che aveva dato vita a un certo modello di sviluppo, nato nel secondo dopoguerra e affermatosi particolarmente in Umbria, negli anni Settanta. Oggi la disarticolazione dello “stato sociale all’italiana”, anche a seguito della devastante politica del centrodestra, comincia a produrre forti ripercussioni negative sulla nostra regione, che proprio negli ultimi anni si è caratterizzata per un trend negativo nell’andamento del prodotto interno lordo regionale e un crescente processo di deindustrializzazione. Fatti questi, che assumono una dimensione economico e sociale preoccupante proprio in Umbria dove il flusso della finanza pubblica nazionale ed europea è destinato a ridursi drasticamente dopo che negli anni passati (anche a seguito del terremoto del 1997) era cresciuto fino a confermarsi come un forte elemento di dipendenza per la crescita della regione. Ma proprio per queste e per tante altre ragioni (invecchiamento della popolazione, spesa pubblica in calo, scarsa competitività imprenditoriale, anguste politiche bancarie e creditizie, ritardo del comparto universitario e formativo) il sistema economico e sociale dell’Umbria deve sapersi reinventare e riprogettare nel breve e nel medio periodo, investendo in un rapporto realmente innovativo e collaborativo tra l’azione programmatoria pubblica e l’iniziativa privata, troppo spesso assente o inadeguata. E’ questo un indirizzo strategico sul quale la sinistra è chiamata ad impegnarsi se vuole esercitare realmente una capacità di governo e avviare un processo di nuova modernizzazione. Covino manifesta nel libro tutta la sua diffidenza verso questa prospettiva politica, che io ritengo invece una strada obbligata da percorrere soprattutto nell’ottica di un rilancio dello sviluppo e di una riorganizzazione dello stato sociale, che dati anche i vincoli europei , se non viene riformato “da sinistra” porterebbe ad un impoverimento diffuso della società italiana ed umbra. Vedo naturalmente anch’io le “arretratezze storiche” dell’Umbria e le difficoltà in Italia, ma la sfida per una sinistra che non vuole arrendersi senza combattere è quella di sapersi muovere in un quadro di compatibilità molto complesse dove la sua politica è entrata spesso in conflitto con una parte degli interessi della propria base sociale, come dimostra l’esperienza nel governo nazionale dal 1996 al 2001. Ma se la sinistra non fa le riforme per rilanciare la crescita, è poi la destra a penalizzare ancora di più i ceti popolari. In questo contesto diventano certamente decisive anche per l’Umbria le politiche nazionali ed europee, ma è soprattutto la capacità progettuale e di governo e l’inventiva della classe dirigente, della sinistra a fare la differenza, anche e soprattutto in una regione come la nostra.
2.Un tema questo sul quale Covino mi chiama legittimamente in causa per le responsabilità avute negli anni Novanta sul terreno delle scelte riguardanti la selezione della componente politico-amministrativa della classe dirigente umbra. Anche da quelle scelte, secondo l’autore, sarebbe derivata la fase attuale di stagnazione e di galleggiamento come conseguenza del fallimento del progetto politico “nuovista”, “liberal-liberista” del rinnovamento. Un giudizio, a mio parere, basato su una sostanziale sottovalutazione politica di un fenomeno, che all’origine degli anni Novanta ha prodotto conseguenze a catena, come quello definito di “tangentopoli”. Una vicenda che troppo spesso in Umbria è stata letta solo come una questione giudiziaria. E’ stata invece, una questione soprattutto politica, perché ha coinvolto fatti e persone che di un certo uso e abuso del flusso della spesa statale, in particolare nel campo delle opere pubbliche, avevano fatto la risorsa fondamentale, per sostenere un certo modello di sviluppo, caratterizzato da un diffuso sistema infrastrutturale, considerato la priorità imprescindibile per la crescita e la modernizzazione della regione. In più questa politica, era entrata in crisi già alla fine degli anni Ottanta ed esplosa successivamente, per le indagini della Magistratura. Ecco perché una parte molto larga della sinistra umbra, dopo anni di discussioni pubbliche e conflitti interni ha risposto, alla metà degli anni Novanta, con l’avvio di una nuova stagione progettuale e con l’ impegno di una nuova classe dirigente identificatasi poi con la cosiddetta “stagione dei professori”. L’esigenza di una rottura e della discontinuità, a metà degli anni Novanta, non si basava quindi su un’analisi congiunturale, o sulla necessità di dare una risposta, alla pur importante questione morale, ma sulla volontà di dar vita ad una “nuova idea dell’Umbria” e del suo sviluppo. Con ciò si intendeva affermare un progetto di modernizzazione in una piccola regione nell’era della globalizzazione. Se poi l’esperienza dei “professori” non è stata certamente del tutto positiva e ha tradito le aspettative nell’avviare un’inversione di tendenza nelle tradizionali politiche di sviluppo, tutto questo non può essere certo liquidato cinicamente come un ennesimo episodio di cannibalismo politico. La realtà è stata, ed è quindi un po’ più complessa di quanto sostiene Covino. D’altronde, una volta evidenziatasi l’inadeguatezza politica che caratterizzò quella stagione con il protagonismo diretto della “società civile”, come si scrisse allora, si è avuta la forza e il coraggio di prenderne atto e in occasione delle elezioni comunali e regionali, svoltesi tra il 1999 e il 2000, sono state proposte al giudizio degli elettori, altre personalità politico-amministrative, che pur non rinnegando l’esigenza del rinnovamento politico e programmatico, potessero avere più esperienza di governo e una maggiore capacità di rappresentanza popolare. Ma su questa lunga e conflittuale vicenda, durata mesi e mesi, alla fine degli anni Novanta, attraverso uno scontro, per la prima volta aperto e trasparente all’ interno della sinistra e tra la Direzione Regionale dei Ds e quella Nazionale, Covino ne dà una valutazione sbrigativa in una riga e mezza a pag. 63. 
3. Per quanto riguarda poi la capacità del sistema umbro di autoriformarsi era chiaro per me, e spero anche per Covino, che i principali vertici politici istituzionali della regione da soli non potevano modificare rapidamente e radicalmente le caratteristiche strutturali, produttive e istituzionali della regione. E non nego di certo che oggi la tensione al rinnovamento e al cambiamento si sia affievolita fino a scomparire, proprio perché i partiti, le coalizioni, le assemblee elettive hanno attenuato il loro impegno democratico attraverso quel ruolo di vigilanza, controllo, sollecitazione, indirizzo progettuale e anche conflitto politico quando necessario, per rappresentare al meglio gli interessi generali della popolazione e non solo quelli di ristretti gruppi di potere. Alla direzione politica, consapevole e innovativa si va oggi sostituendo una specie di guida affidata alla forza di inerzia, al lasciar fare, con il rischio di un logoramento sia della funzione rappresentativa delle istituzioni, quasi identificabile oramai in una dimensione prefettizia, che del ruolo del partito e della politica. Se si aggiunge poi che l’attuale classe dirigente politico-amministrativa della sinistra è in gran parte rappresentata dall’ultima o l’ultimissima generazione formatasi nella esperienza della vecchia sinistra storica, occorre assolutamente porre mano alla rapida sperimentazione di una nuova classe dirigente. Era inoltre abbastanza prevedibile che, dopo il “tentativo non riuscito” nelle seconda metà degli anni Novanta, poi all’inizio del duemila, tornassero a prevalere le vecchie logiche di un sistema di potere che in forme, appena diverse dal passato, continuasse a mantenere nei punti fondamentali del governo, della spesa pubblica, lo stesso ceto di comando. Quindi mentre la componente politico-amministrativa della classe dirigente faceva i suoi tentativi di rinnovamento (non certo del tutto fallimentari, se oggi il nucleo fondamentale dei segretari del partito Ds nelle città, dei sindaci e degli assessori comunali e provinciali si sono formate in quegli anni) il resto delle forze imprenditoriali, associative, finanziarie, universitarie, burocratico-dirigenziali, sono rimaste pressochè immutabili nei decenni, in una sorta di oligarchia trasversale e insostituibile. Covino ritiene questa mia interpretazione pre-moderna, grossolana e ottocentesca, che non tiene conto della complessità anche della società umbra. Mi dispiace contraddirlo ancora, ma la persistenza di un certo sistema di potere oligarchico in Umbria, più che in altri contesti nazionali è un dato difficilmente contestabile, anche da parte di chi è considerato un apprezzato studioso di fenomeni politici e sociali. A questo proposito, vorrei fare solo un esempio e porre una domanda a Covino. Come valuta il concentrarsi di un insieme di interessi e funzioni imprenditoriali, editoriali, finanziarie e associative in una o due persone a partire dallo sfruttamento dell’ “accumulazione originaria” derivante dalla gestione dei lavori pubblici, in continuità storica con quella che un tempo proveniva dalla rendita agraria, urbana o fondiaria? E’ questa una realtà particolarmente moderna?! Non c’è naturalmente niente di particolarmente scandaloso o sconvolgente in tutto ciò, ma come il tempo ci ha dimostrato il perpetuarsi di logiche oligarchiche portano non solo ad evidenti conflitti di interessi (a cui bisognerebbe prestare almeno una qualche attenzione politico-culturale) ma anche e soprattutto ad una sostanziale autoreferenzialità dei poteri che non si muovono certo nell’interesse generale dell’Umbria e dei suoi cittadini .
Comunque la si pensi a queste logiche oligarchiche e autoreferenziali, ieri negli anni Novanta, abbiamo opposto un’altra politica ma, oggi invece che cosa si sta facendo?
Per concludere non penso che sia giusto abbattere con un certo furore distruttivo un’esperienza politica pur discutibile e legittimamente discussa. A volte il peggio, come dice un vecchio adagio, viene sempre dopo. Ma io non vorrei rassegnarmi al peggio. Ecco perché continuo a ritenere l’esperienza compiuta dai Ds negli anni Novanta un fatto positivo e cioè un contributo al processo di rinnovamento e modernizzazione dell’Umbria, un tentativo quanto mai attuale e soprattutto necessario, oggi, forse più che nel passato. Gli “equilibristi sulla palude” sono stati altri e non certo coloro che hanno condiviso la politica perseguita con convinzione dalla stragrande maggioranza dei Ds in Umbria.

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