Intervento di Alberto Stramaccioni al Convegno sul tema: “Umbria, progettazione, innovazione e qualità dello sviluppo”

Convegno a cui hanno partecipato Luca Diotallevi, Gianpiero Bocci, Fiammetta Modena

di Alberto Stramaccioni

Innanzitutto vorrei, non per un fatto formale o di educazione, ringraziare la CISL che ha organizzato questo dibattito. Da quanto ha detto Bruschi, la cui analisi condivido in gran parte, e dall’intervento di Diotallevi stiamo affrontando diversi problemi politici e altrettante questioni legate ai problemi dello sviluppo della nostra regione, che purtroppo oramai raramente discutiamo in iniziative pubbliche di questo tipo.

Discutere di qual’è la situazione politica, economica e sociale della nostra regione e quali, secondo ognuno di noi, possono essere le ipotesi progettuali e di sviluppo è già questo un fatto positivo, perché ridà dignità alla politica in un momento in cui soprattutto in Umbria si stenta a realizzare un confronto su questi temi. Infatti uno dei problemi che io ritengo abbiamo nella nostra regione, Diotallevi e Bruschi ne hanno fatto riferimento nei loro interventi, è quello di avere in Umbria una società civile che nel suo insieme non è capace di sollecitare il sistema politico o il sistema economico e sociale a rinnovarsi, a cambiare, a trasformarsi per modernizzarsi. Contemporaneamente le classi dirigenti politico-istituzionali nel corso degli anni si sono sempre più ristrette quantitativamente e sono diventate progressivamente meno sensibili alla sollecitazione delle diverse forze sociali. Questa reciproca incapacità di comunicare e di ascoltarsi realmente tra istituzioni e società è una caratteristica e un limite dell’Umbria, presente da lungo tempo nella storia della regione.

Naturalmente questo fenomeno ha tante spiegazioni che possiamo rintracciare negli ultimi decenni o addirittura nei secoli, sta di fatto che però oggi noi vediamo con il passare del tempo, ed io di questo ne sono sempre più convinto, una subalternità prevalente della società civile rispetto al sistema politico. Una caratteristica particolarmente dannosa se confrontata con quelle delle altre regioni come la Toscana e l’Emilia. Tutto ciò ha un notevole rilievo proprio perché poi si ripercuote negativamente nella capacità di definire e realizzare i diversi progetti di sviluppo e di modernizzazione della regione.
Oggi c’è una discussione molto frantumata sule diverse questioni economico sociali e le loro implicazioni con il sistema politico istituzionale. La mia opinione, già altre volte espressa, è quella basata sul fatto che l’Umbria è passata da un periodo di grande arretratezza e sottosviluppo risalente agli anni quaranta e cinquanta, ad un periodo in cui grazie all’intervento del potere pubblico ed alla crescita dello stato sociale, in particolare negli anni settanta, si è avuta una forte modernizzazione del sistema economico sociale, ma anche del sistema politico ed istituzionale. Dalla seconda metà degli anni ottanta però nella nostra regione, per una serie di fattori, legati anche alle dinamiche dell’economia internazionale, si sono avuti processi di deindustrializzazione diffusa, intrecciatisi con una riduzione dei flussi di spesa pubblica, al punto che l’Umbria oggi è in una fase di difficoltà, o meglio di transizione se vogliamo dire più precisamente. Siamo cioè in una fase di passaggio ormai da dieci-quindici anni in cui non si vede ancora lo sbocco finale, non intravvediamo cioè dopo la crisi di un modello di sviluppo costruitosi negli anni sessanta e settanta come si assesterà il sistema economico sociale, su quali parametri e caratteristiche, ma anche quello politico istituzionale su quali valori, regole e identità nei prossimi dieci-venti anni. Non si tratta di riproporre nuovi modelli, ma collocare l’Umbria in una nuova dimensione nazionale e internazionale di crescita e sviluppo attraverso l’aumento della qualità della sua produzione che on può ormamai che essere il frutto di una intesa e di una collaborazione tra il sistema pubblico, dello Stato cn le sue articolazioni territoriali, e privato, l’impresa individuale produttiva e finanziaria, per avere nuova competitività sui mercati internazionali e in un mercato sufficientemente regolato.
Le forze politiche che cosa devono fare allora per realizzare questa prospettiva? Innanzitutto dovrebbero essere coscienti di questo tipo di problemi. Acquisire cioè la consapevolezza che la nostra regione è in questa fase della sua storia, con precise e particolari fragilità nel suo sviluppo. Già questa consapevolezza sarebbe un fatto politico rilevante in quanto ritengo che se la politica, intesa come l’insieme della capacità progettuale della classe dirigente, sia quella politica-amministrativa che imprenditoriale-sindacale, pur nella distinzione dei ruoli, ha la capacità di avere un’idea per il nuovo sviluppo della regione nei suoi diversi settori e un’identità forte, ma duttile dell’Umbria allora tutto questo ha un valore superiore a tanti miliardi di euro da poter destinare alla crescita. La questione oggi è infatti la qualità dello sviluppo dell’Umbria nel sistema globalizzato. 

Non è sufficiente che questa consapevolezza ce l’abbiamo io, Bocci o Bruschi o qualcun altro, se non si riesce a lavorare insieme per un progetto comune la situazione rimane quella che è. Oggi, ma ormai da diversi anni, siamo in una situazione in cui si galleggia, i dati riferiti da Bruschi e Diotallevi lo dimostrano, ci sono fenomeni positivi di tenuta del sistema economico e sociale, emblematicamente rappresentati da una equilibrata distribuzione della ricchezza, assieme a indicatori che segnalano una diffusa crisi evidenziata dalla caduta tendenziale del prodotto interno lordo regionale, dalla precarietà nel mercato del lavoro, il tutto con una popolazione tra le più anziane d’Italia. Per non parlare poi dei rischi occupazionali derivanti dalla delocalizzazione delle nostre multinazionali come Thyssen Krupp e la Nestlè-Perugina. 
La prima domanda che il sistema politico istituzionale dovrebbe porsi di fronte a questi dati è la seguente: noi pensiamo che lo sviluppo e la modernizzazione futura dell’Umbria possa ancora in gran parte basarsi sui soldi che vengono dall’Europa o dal Governo nazionale, senza un nuovo ruolo e indirizzo nell’attività delle imprese e delle istituzioni regionali? 
La risposta è semplice, no! Intanto dall’Europa e dal Governo nazionale arriveranno sempre meno finanziamenti e non solo perché governa Berlusconi, ma per i tanti vincoli europei del Trattato di Maastricht, che comunque ci ha consentito una positiva stabilità monetaria e finanziaria. La ragione però più rilevante della nostra risposta sta nel fatto che in un sistema economico sempre più globalizzato anche un’economia come quella umbra, se non si modernizza è emarginata. La competizione esclude quei settori produttivi dal mercato anche perché non hanno la qualità richiesta. Per i prossimi quindici, venti, anni quindi lo sviluppo della nostra regione non può essere affidato solo ai soldi che verranno dal potere pubblico, anche se qualcosa giungerà per il potenziamento del sistema infrastrutturale. Questo è d’altronde la sola questione di cui si parla da dieci, quindici anni con risultati più o meno apprezzabili. C’è però tutta un’altra parte del mondo produttivo umbro svincolato dall’imprenditoria edile o legata ai lavori pubblici le cui esigenze sono poco rappresentate, sia dalle organizzazioni imprenditoriali, che dalle organizzazioni dei lavoratori. Questa è una questione politica, economica ed anche democratica per me decisiva. C’è una parte del mondo produttivo che vive senza il sostegno di alcun intervento pubblico e non è riconosciuta quale vera forza motrice dell’economia umbra. Questo mondo è rappresentato dalle centinaia e centinaia di piccole o piccolissime imprese diffuse su tutto il territorio e in particolare lungo l’asse Perugia-Città di Castello-Umbertide e Perugia-Marsciano-Todi-Terni-Narni e lungo l’asse Perugia-Bastia Umbra-Foligno-Spoleto. Imprese che hanno i loro limiti naturalmente, alcune arretratezze, ma riscontrano una sordità del sistema politico istituzionale notevole verso le loro esigenze di modernizzazione. Noi parliamo, e dopo parlerò anch’io dei centomila dipendenti della pubblica amministrazione e dei quasi trecentomila pensionati che ci sono in Umbria, ma poi ci sono vivaiddio anche centocinquanta, duecentomila tra lavoratori autonomi e dipendenti nel settore artigianale, commerciale, turistico e della piccola impresa anche in settori produttivi avanzati. Questo è un mondo che vive giorno dopo giorno facendo affidamento molto spesso solo ed esclusivamente sulle proprie forze. 
Rispetto a quanto detto ci vuole la sensibilità politica quindi di pensare che il futuro della nostra regione è in mano a noi e non all’Europa o al Governo nazionale, da parte loro ci saranno ancora aiuti ed interventi, ma molto più limitati del passato. Questo è il dato incotrovertibile che lancia una sfida a chi governa l’Umbria. Anche perché la cultura politica prevalente di chi ha responsabilità di governo, sia nel mondo imprenditoriale, che nelle istituzioni molto spesso esprime una cultura statalista o statalistico assistenziale.Per qualcuno se la mattina si alza e avverte che gli viene meno la gestione di certi flussi finanziari che derivano dall’Europa o dal Governo nazionale, si sente male perché non sa più dove mettere le mani e che cosa fare. D’altronde così sono stati abituati proprio perché in questi anni molte associazioni imprenditoriali, i sindacati e le istituzioni hanno sostenuto diverse iniziative a sostegno dello sviluppo di un sistema produttivo che doveva modernizzarsi, potenziarsi e crescere. Si è speso anche molto, ma purtroppo inutilmente o in maniera sbagliata: dalla formazione professionale, alle diverse forme di assistenza per determinate imprese e solo in alcuni settori, per fare solo qualche esempio. E poi lo stesso uso dei finanziamenti utilizzati per la ricostruzione dopo il terremoto del 1997, se hanno consentito una rapida ed efficace opera di ricostruzione non hanno certo contribuito a superare in positivo la storica fragilità dell’insieme del sistema produttivo umbro. Si annuncia che si mettono i soldi per la modernizzazione del sistema, poi nella sostanza si producono risultati abbastanza deludenti perché manca sopratutto la chiarezza degli obiettivi da raggiungere. Molto spesso si pensa che lo sviluppo dell’Umbria possa ancora avvenire dentro i confini della regione. Se ci attardiamo su questa strada autarchica, vuol dire che siamo rimasti indietro di circa trenta o quaranta anni rispetto alla realtà che ci circonda. Tutti i settori produttivi sui quali noi riteniamo di dover puntare, dalla ricerca, all’informatica, dal turismo alla formazione professionale, alla valorizzazione culturale e ambientale della regione hanno logiche oramai, e chi sta qui lo sa meglio di me, nazionali, europee o addirittura mondiali. E’ sbagliato per ciò pensare di intervenire in determinati comparti per innovare o per modernizzare al fine di far crescere la capacita competitiva operando o pensando di operare in un mercato tutto interno alla regione o appena in qualche regione limitrofa, come spesso si tende a fare.

La prospettiva di nuovo sviluppo su cui si deve lavorare non puè che essere quella di una vera e propria modernizzazione del sistema produttivo umbro in una economia globalizzata dove il rapporto e la collaborazione tra pubblico e privato, tra istituzioni e imprese diventa centrale. Questo deve essere lo scenario anche dei nuovi rappoti politici ed economici per l’Umbria e qui si tratta di realizzare una novità forte per la regione e per la sua storia. In questa prospettiva tutti devono cambiare orizzonte, ruolo e funzione. Il sindacato, naturalmente, ha delle carte che può spendere in tutto quel mondo di cui ha parlato Bruschi e che è quello legato non solo al potenziamento del sistema infrastrutturale, ma anche al rafforzamento dell’insieme del sistema economico regionale partendo dalla valorizzazione dei beni culturali, alla ricchezza ambientale e certamente al mondo industriale nel suo complesso che rimane e deve rimanere lo spina dorsale dello sviluppo della regione. 
Un compito analogo spetta alle associazioni imprenditoriali in Umbria nel rapporto con le istituzioni al fine di rappresentare tutto il tessuto produttivo, con le sue tante e diverse imprese ed esigenze perché c’è una parte del sistema produttivo che non è rappresentato da esse ed è una gran parte. D’altronde la politica degli imprenditori in Umbria viene definita prevalentemente da quel gruppo di imprese che sta dentro il meccanismo della gestione del flusso finanziario della spesa pubblica e non da altre e questo ha naturalmente delle conseguenze sullo sviluppo più generale del sistema produttivo.
Ci vuole un cambiamento di mentalità anche per questo mondo e non è più sufficiente pensare solo a far si che le istituzioni progettino e realizzino le strade, i ponti e le ferrovie per rispondere alle esigenze di determinate imprese. Sono certo cose importanti tutte le realizzazioni verso il potenziamento del sistema infrastrutturale, ma insufficienti, esprimono solo una parte delle esigenze del necessario sviluppo futuro della nostra regione. Con esse si rimane solo nell’ambito dei lavori pubblici più o meno necessari, ma la modernizzazione oggi è un processo legato soprattutto al potenziamento del sistema infrastrutturale immateriale.
Ora se si vuole cambiare strada verso l’affermazione di un nuovo sistema produttivo in Umbria si deve poter contare anche su un sistema bancario e creditizio con la cultura del rischio, se affermano come questi soggetti affermano e giustamente di essere delle imprese, di essere cioè degli imprenditori. Per una banca deve esserci la cultura del rischio come elemento di promozione dello sviluppo, non si devono limitare alla raccolta dei risparmi e poi indirizzarli chissà dove. Il sistema bancario e creditizio in Umbria ha forti responsabilità verso lo sviluppo futuro della regione, perché oggi c’è una arretratezza notevole di questo mondo e di un sistema di fronte anche alla sua rapida evoluzione in campo nazionale e internazionale.
Voglio affrontare ora le responsabilità del sistema politico istituzionale, verso la scarsa o insufficiente definizione di una prospettiva di nuovo sviluppo per l’Umbria perché i dati che diceva da ultimo Diotallevi sono tutti veri e fondati. Nella pubblica amministrazione c’è una concentrazione di dipendenti che non ha confronti e comparazioni con altre regioni, questo è il limite più serio delle amministrazioni pubbliche in Umbria, se permane e se questo dato non diventa una risorsa per lo sviluppo. Tutto ciò rappresenta potenzialmente una ricchezza, ma può essere anche una palla al piede. Su questo versante, non è stato fatto molto per la razionalizzazione e l’efficienza del sistema politico istituzionale. C’è stato un aumento della burocratizzazione del sistema politico amministrativo, ma questo non è avvenuto solo in Umbria naturalmente e il problema non lo ha affrontato nessuno, né chi governa, né chi sta all’opposizione.

Passiamo ora all’altra questione che è stata sollevata ed è relativa all’alternativa possibile o impossibile nel governo regionale. Qualcuno avrà seguito la discussione sull’esistenza del regime o del non regime in Umbria, durante e dopo la recente tornata elettorale. Le elezioni comunali e provinciali hanno dato risultati straordinariamente favorevoli al centro sinistra al di là anche delle più rosee previsioni, avanzate dagli stessi dirigenti del centro sinistra. Quando si vota, sono gli elettori che decidono e c’è stata la conferma di un consenso ad una politica svolta oramai da tempo. Non è vero che gli elettori non capiscono il tipo di politica che si fa e non è vero che c’è una condivisione di un certo tipo di politica, perché parla alla parte più garantita dei cittadini che in Umbria sono quelli rappresentati dai dipendenti della pubblica amministrazione e dai pensionati. Il consenso ricevuto dal centrosinistra viene anche da un mondo più largo e complesso, che non vede come credibile ed utile un’alternativa che porti il centrodestra al governo dell’Umbria. 
Sono dell’opinione che in Umbria ha vinto il centro sinistra perché ha anche perso drammaticamente il centro destra, ma non solo naturalmente. Non è una banalità come può apparire a prima vista. Di fronte alla volontà di una parte tradizionalmente di sinistra degli elettori umbri a votare contro il centro destra o contro Berlusconi si è aggiunto il consenso, o l’astensionismo di chi è più deluso dalle politiche berlusconiane e poi ha visto che nella regione la capacità di alternativa del centrodestra era meno credibile di quanto forse si aspettassero. L’insieme degli elementi, la voglia di dare un segnale contro la politica di Berlusconi e la valutazione negativa sull’alternativa possibile del centro destra in Umbria hanno portato all’eccellente risultato avuto dal centro sinistra. Nel sistema bipolare, come tutti sapete, è una partita a due e se uno non gioca bene, ma l’altro gioca malissimo, anche quello che non gioca benissimo, però gioca meglio dell’altro alla fine vince. Ma se la destra non è un’alternativa, c’è comunque un problema di qualità e rappresentatività dei gruppi dirigenti anche per il centro sinistra. Io guardo al centro sinistra nelle regioni rosse, ma anche in Italia e prevedo che quando sarà giunta al termine, per ragioni non solo anagrafiche, la classe dirigente che si è formata alla scuola del Pci o della sinistra, anche in Umbria ci sarà un problema molto serio per il futuro dello schieramento politico, anche perché già si vedono alcuni segnali. Tra quindici-venti anni nelle elezioni comunali o provinciali, se il sistema politico elettorale rimane quello attuale, tra un candidato di centro destra e un candidato di centro sinistra rischiano di notarsi poche differenze. Quindi c’è un problema di classi dirigenti, più impellente per il centro destra, per tutta la storia e il peso che hanno una certa parte delle forze politiche ereditate da questo schieramento, ma anche per il centro sinistra.
Diotallevi faceva riferimento al fatto che negli anni sessanta la Dc e il Psi hanno governato i Comuni più importanti dell’Umbria, da Perugia a Foligno a Città di Castello. Anche negli anni ottanta la Dc e il Psi hanno governato Foligno, Spoleto, città importanti, poi negli anni novanta Terni con Ciaurro.

In vari periodi della storia dell’Umbria ci sono state esperienze di alternativa, diciamo ai comunisti per capirci, ma c’è una società regionale e una serie di interessi che non sono solo legati all’elettorato tradizionale della sinistra, che non hanno riconfermato queste esperienze politico-amministrative ed è stato detto perché la sinistra in Umbria è consociativa. Non credo che sia per questo, ma per il semplice fatto che non hanno governato bene secondo il giudizio degli elettori in conflitto al loro interno e allora non sono stati riconfermati. Quanto alla presenza del consociativismo in Umbria, questa catatteristica è fortemente diffusa più nelle componenti imprenditoriali e in quelle sindacali che in altre. Queste organizzazioni molto spesso sollecitano la sinistra e le diverse componenti politiche ad accordarsi per difendere l’interesse generale della regione e non solo. D’altronde la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista insieme al Pci a partire dagli anni cinquanta hanno dato vita ad uno schieramento politico che pure in conflitto sul piano nazionale collaborava però in Umbria in maniera unitaria per lo sviluppo della regione ed era molto legato alle popolazioni della regione. Oggi invece la situazione è diversa. 
Anche voi parlerete come faccio io con la gente, ci sono dei piccoli imprenditori che ritengono il sistema politico istituzionale dell’Umbria molto lontano, distante da loro, e chiedono che la pubblica amministrazione si rinnovi, si modernizzi. Io ritengo che il centrosinistra debba ascoltare di più questo mondo. Il centro destra non ha bisogno naturalmente di consigli, ma se vuole cominciare a creare un’alternativa al centrosinistra dovrebbe cominciare a rappresentare al meglio quella parte della società regionale oggi meno rappresentata nelle istituzioni e nelle organizzazioni sociali.
Vengo all’ultima questione. Penso anch’io che un processo di modernizzazione che realizzi una razionalizzazione dello Stato sociale anche in Umbria, con la riorganizzazione della presenza della pubblica amministrazione, l’innovazione in determinati settori sociali e assistenziali possa ridurre, in certe congiunture anche elettorali e nel breve periodo, il consenso a chi governa nella nostra regione. Ma se si imbocca seriamente la strada della modernizzazione su quei tre, quattro punti fondamentali per l’Umbria e il suo sviluppo già delineati e peraltro obbligatori, non è detto che in un periodo medio-lungo poi si giunga anche a dei risultati elettorali positivi. Con un prodotto interno lordo come quello della nostra regione e con i consumi che annualmente abbiamo, federalismo fiscale o non federalismo fiscale, a un certo punto il divario tra la ricchezza che produciamo e quello che consumiamo verrà fuori.
Già stiamo rimandando da qualche anno il problema del come ridurre questa grossa distanza tra ricchezza prodotta e costi sociali che secondo alcuni sarebbero di ben duemila miliardi delle vecchie lire, ma il gap verrà fuori, emergerà nel settore della sanità, in quello dei servizi ancora in maniera più drammatica di quello che oggi possiamo constatare. Quindi è bene che pensiamo a questi problemi e chi governa dovrebbe mettersi alla testa di un nuovo processo di sviluppo e razionalizzazione invece di subirlo. Attualmente stiamo subendo questo processo di smantellamento dello Stato sociale in atto da qualche anno, di finanziaria in finanziaria, e non avanziamo un disegno e un proetto riformista alternativo. Andiamo ad una diminuzione dei servizi, di fronte ad una riduzione delle possibilità di spesa in tanti settori, ma non abbiamo una politica alternativa. Alla fine i Comuni, le Province e le Regioni dovranno gestire inevitabilmente il declino di quello Stato sociale che l’Umbria ha costruito negli anni settanta. Questa è la tendenza che dobbiamo invertire.

Io spero che saremo in grado di intervenire al più presto, ma al momento devo dire che non vedo la convinzione per realizzare questa svolta. Dipende però un po’ da tutti, pur nelle differenze di ruoli, di competenze e di funzioni capire a che punto oggi siamo nello sviluppo della nostra regione e quello che dobbiamo fare per il futuro.

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