Non si inverte il declino con questa finanziaria
Avviata alla Camera dei Deputati la discussione sulla finanziaria 2005
di Alberto Stramaccioni
Come sempre la discussione sulla legge finanziaria è l’occasione per una verifica dell’andamento dei conti pubblici e delle strategie di politica-economica del paese.
Non vogliamo ricordare l’enfasi posta sul nuovo “miracolo economico” nel 2001 che secondo le previsioni del governo Berlusconi avrebbe dovuto aprire un periodo d’oro di crescita e di benessere per l’Italia. Quelle previsioni solo state smentite dai fatti, le ragioni naturalmente sono particolarmente complesse e risiedono nella responsabilità della politica-economica del governo nonché nell’evoluzione delle vicende dell’economia internazionale.
Ma credo non valga la pena soffermarsi su tali argomenti per meglio affrontare la situazione di oggi sulla base delle cifre della crisi.
Il documento di programmazione economico-finanziaria presentato dal ministro Siniscalco nel mese di luglio ci ha ricordato che il deficit dei nostri conti si attestava ad oltre il 4,4 per cento; che il debito pubblico andava fuori controllo, rischiando lo sfondamento oltre il 110 per cento e che riprendeva in modo significativo la corsa del fabbisogno dello Stato. Notizie negative che si affiancano a quelle, altrettanto negative, sul fronte dell’economia. Permangono — ricordava allora il ministro – i differenziali di crescita tra l’Italia e le altre economie europee; vanno male le esportazioni, che danno un contributo negativo alla crescita del PIL, ristagnano i consumi delle famiglie; è scattata la trappola — così ebbe a definirla — della bassa crescita.
Sappiamo bene come dietro tali dati vi sia una crisi strutturale del paese, che investe anzitutto il suo sistema produttivo; imprese troppo piccole; collocate in settori tradizionali, che faticano a tenere le frontiere dell’innovazione e sono poco competitive sui mercati internazionali.
Quindi, la crisi nella distribuzione della ricchezza: in Italia aumenta la diseguagliauza, in quanto diminuisce il reddito dei ceti più poveri mentre aumenta quello dei ceti più ricchi. L’indice di concentrazione del reddito – che va da zero a cento: più è alto più segnala un aumento di disparità – segna in Italia quota 36 mentre in Europa si ferma a 27,3.
Infine, alla crisi delle garanzie sociali – che sono state i grandi strumenti dell’integrazione e della cittadinanza degli italiani – al lavoro, alla salute, alla tutela degli anziani sono collegate, secondo molte ricerche, le paure del nostro paese, che rendono molto incerto il futuro. Si tratta di settori caratterizzati da trasformazioni che, pur inevitabili, dovrebbero però essere affrontate e regolate in modo da garantire certezze e tranquillità agli italiani.
Deficit pubblico, bassa crescita e trasformazioni strutturali del paese sono quindi le tre questioni con cui la sessione di politica economica deve fare i conti.
Come hanno notato molti commentatori la legge finanziaria avrebbe dovuto essere la manovra finanziaria dell’inversione di tendenza: non più una tantum, realismo nelle previsioni, concretezza e realizzabilità degli interventi. Siamo molto lontani, tuttavia, dal conseguimento di tali obiettivi, poiché i tagli alla spesa rischiano di essere virtuali e le previsioni di maggiori entrate fortemente discusse e, probabilmente, sovrastimate.
La recente esperienza dei decreti-legge cosiddetti «taglia spese» non ci aiuta ad essere ottimisti. L’analisi svolta dalla Corte dei conti ha dimostrato, infatti, che i risparmi sono stati più che compensati dalle maggiori spese degli anni successivi. Pesa, inoltre, la scelta di tagliare, in modo significativo, la spesa per investimenti, con le conseguenze immaginabili sulla funzionalità delle amministrazioni.
Anche le previsioni relative alle maggiori entrate denotano fretta ed approssimazione, operando sul delicato versante del rapporto fiscale con i lavoratori autonomi e sulla tassazione degli immobili. Esistono errori formali ed appesantimenti burocratici, denunciati nel corso delle audizioni svolte presso le Commissioni bilancio riunite di Camera e Senato, ma, soprattutto, si cambia la natura degli studi di settore come strumenti per rappresentare la situazione economica di un comparto produttivo, indirizzando l’attività di accertamento degli uffici tributari: non sono lontani dal vero coloro che parlano di una nuova minimum fax.
Vi è un tema che tradizionalmente è un po’ la cartina di tornasole del disegno di legge finanziaria: quello relativo al patto di stabilità interno ed alla disciplina della finanza locale. Si tratta di una questione rilevante, anche perché incide su delicati rapporti istituzionali e su un sistema delle autonomie sempre più importante per la qualità delle politiche economiche e sociali.
A questo proposito emerge l’assurdità di una impostazione che tratta allo stesso nodo sia i piccoli comuni, sia le grandi metropoli (vorrei ricordare che è stata introdotta. qualche correzione, ma relativamente ai comuni fino a 3 mila abitanti, (dunque risulta evidentemente marginale), rendendoli, di fatto, ancora più diseguali. Vorrei sottolineare, al riguardo, il fallimento del proposito, avanzato un anno fa, di stabilire un nuovo patto di stabilità interno condiviso e non vessatorio. È accaduto esattamente il contrario, poiché ai tagli ai trasferimenti disposti negli anni precedenti si aggiunge l’introduzione dì un tetto alle spese che comprende anche gli investimenti: forse si tratta della scelta più grave compiuta nel disegno di legge finanziaria per le conseguenze sull’operatività delle amministrazioni e sulla vitalità delle economie locali.
La relazione di accompagnamento al disegno di legge finanziaria annuncia la presentazione di un disegno di legge collegato per lo sviluppo, contenente le misure per rilanciare l’economia. Consideriamo molto grave la mancanza di qualsiasi indicazione sulla natura del provvedimento, sulle linee dei suoi contenuti e sulle modalità della sua presentazione. Vorrei osservare che, per il terzo anno consecutivo, il dibattito parlamentare sul disegno di legge finanziaria sarà reso inutile dalla presentazione di un maxiemendamento, da approvare in tutta fretta, magari ricorrendo al voto di fiducia, in cui sarà contenuta la parte più importante della manovra.
C’è poi da sottolineare che non è possibile discutere separatamente il disegno di legge finanziaria e la riforma fiscale, poiché i due provvedimenti sono strettamente intrecciati sia per le esigenze di copertura complessiva della manovra economica, sia per il collegamento tra le maggiori entrate fiscali, previste dalla finanziaria, e gli sgravi annunciati dal Governo. Al riguardo va rilevato che si finanzia la riduzione delle imposte con l’aumento di altre tasse, attraverso una poco trasparente operazione di redistribuzione del carico fiscale tra diverse categorie di contribuenti: infarti, sono ipotizzati grosso modo 7 miliardi di euro di riduzione delle imposte e, grosso modo, 7 miliardi valgono le maggiori entrate previste nel disegno di legge finanziaria.
Il Presidente del Consiglio ci ricorda ogni giorno la centralità della riduzione delle imposte nel programma del Governo, facendo balenare scenari di impennata dei consumi e degli investimenti per effetto delle nuove disponibilità finanziarie dei percettori di redditi alti. Tuttavia, anche il più sprovveduto tra i cultori di economia sa che il rapporto tra riduzione delle tasse e crescita dell’economia è privo di dimostrazione, e che un approccio corretto richiede di valutare il punto di equilibrio tra pressione fiscale e quantità e qualità dei beni pubblici a disposizione del cittadino.. Al di fuori di ciò, infatti, vi è soltanto l’idea di uno Stato minimo, che rinuncia a promuovere l’uguaglianza delle condizioni quale fattore di giustizia e di efficienza economica.
In conclusione una legge finanziaria che anche quest’anno rinuncia a mettere in campo serie misure di politica-economica in grado di invertire decisamente la tendenza al declino dell’economia italiana.





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