Tra politica ed economia, il capitalismo degli amici

Umbria Settegiorni
A proposito di Antonveneta, Bnl, Fazio, Fiorani, Consorte, Unipol

di Alberto Stramaccioni

Da alcune settimane su tutti i giornali, italiani e stranieri e nel dibattito politico nazionale, tiene banco una discussione, in parte confusa e propagandistica, sulle diverse vicende bancarie legate all’Opa su Antonveneta e Bnl. Ma pur nella confusione e nella propaganda riemerge una questione vecchia e lontana già presente nella storia dell’economia italiana e cioè quella legata ai caratteri del capitalismo nel nostro paese e più in generale al rapporto tra politica ed economia. L’una e l’altra molto spesso alleate senza la necessaria e reciproca autonomia con enormi danni per la democrazia, lo sviluppo, la crescita e la modernizzazione del Paese.

1. Oggi non siamo di fronte ad una “bancopoli” dopo la “tangentopoli” dei primi anni novanta (tante sono per altro le differenze), quanto invece ci muoviamo sul versante di un capitalismo finanziario che non rispetta le regole minime di una leale concorrenza e di una trasparenza e autonomia nei propri comportamenti. E la mancanza del rispetto di alcune regole elementari nella logica di un vero e trasparente mercato finanziario e produttivo chiamano in causa le responsabilità della politica e dei suoi rappresentanti istituzionali. 
Le vicende di queste settimane (dopo gli anni in cui è venita meno la funzione mediatrice di Cuccia e Mediobanca) con intrecci perversi tra Banca d’Italia, ceti manageriali e gruppi politici, testimoniano l’involuzione del rapporto tra politica ed economia. Ma questi fatti costituiscono un vero e proprio “caso italiano” nel contesto europeo e internazionale? Certamente non siamo a livelli degenerativi nel rapporto tra politica ed economia così come è avvenuto e sta avvenendo in Russia fin dagli anni novanta. Ma non siamo nemmeno all’opposto in un sistema come quello americano dove ci sono precise regole di comportamento e norme legislative che purtuttavia non vengono spesso rispettate, come dimostra l’ultima corruzione lobbistica.
L’esperienza italiana è comunque indiscutibilmente preoccupante, proprio perché le vicende bancarie iniziate l’estate scorsa hanno portato alla ribalta un gruppo di banchieri e investitori capaci di ogni genere di pratiche illegali, dotato di rapporti personali e poco trasparenti con la politica e con un Governatore “partigiano”, a sua volta capace di mobilitare un vero e proprio partito trasversale in Parlamento. Il tutto per sostenere due disastrosi tentativi di scalata su Antonveneta e Bnl, condotti in nome di una difesa dell’italianità che nascondeva ben altro, come stanno dimostrando le inchieste della Magistratura. Da tutto ciò è emerso il quadro di un capitalismo poco trasparente dove contano le amicizie più delle regole, dove i regolatori parteggiano, dove è normale fornire notizie false al mercato e dove norme discrezionali possono essere piegate a piacere e adattate ad ogni fine. È emersa la versione italiana del “capitalismo degli amici” che ha colpito pesantemente la nostra reputazione internazionale vanificando un decennio di sforzi importanti compiuti per la modernizzazione del mercato finanziario. Certo, è stato sostituito il Governatore della Banca d’Italia e si è approvata una nuova legge sul risparmio, ma occorre che si affermi in Italia una più generale cultura del mercato e delle istituzioni nel senso della trasparenza, della concorrenza, della separazioni tra Banche, imprese e politica.

2. Sull’insieme delle vicende legate alle scalate finanziarie è emersa una qualque contiguità dello schieramento politico di centrodestra sulla scalata Antonveneta guidata da Fiorani e di quello del centrosinistra sulla scalata Bnl guidata da Consorte dell’Unipol. Mentre la vicenda Fiorani-Antonventeta sembra essere scomparsa dalle cronache politiche, quella che tiene banco è invece la vicenda Unipol- Bnl, grazie ad un attivismo propagandistico sfrenato del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che teme di perdere rovinosamente le prossime elezioni politiche. Come è emerso via via dalle indagini giudiziarie (anche con intercettazioni telefoniche non autorizzate), la sinistra e i Ds hanno sicuramente sottovalutato l’intreccio perverso e gli enormi arricchimenti, anche personali, che esistevano dietro tutta la vicenda. E di questo ne hanno fatto chiara e trasparente autocritica, senza aver peraltro commesso nulla di penalmente rilevante e tanto meno aver percepito alcuna tangente. Ma può essere impedito ad un’impresa del movimento cooperativo, come l’Unipol, di tentare un’Opa per acquisire un istituto bancario, qualora dimostri di averne i mezzi necessari? Tanto più che il movimento cooperativo, al di là della sua storia passata, è oggi una realtà economica e imprenditoriale importante quale Terzo settore, tra quello pubblico e quello privato, che occupa centinaia di migliaia di soci-lavoratori e fornisce servizi essenziali a tutta la comunità nazionale. Gode certo di facilitazioni fiscali, come d’altronde avviene in tutti i paesi europei dove il movimento cooperativo ha una sua consistente presenza, ma non per questo deve o può ridursi a fare impresa, solo in alcune aree di sevizi o relegarsi nella gestione, pur importante per i suoi effetti calmiratrici, dei supermercati. Se le imprese cooperative sono forti e competitive, nel rispetto delle regole del mercato, devono poter svolgere la loro funzione concorrenziale alla pari con le altre. 
Il nodo è quindi quello del rispetto delle regole che deve naturalmente valere per tutti.
Se alcuni gruppi finanziari e di immobiliaristi particolarmente spregiudicati (i “furbetti del quartierino”) si ponevano senza etica e senza regole, addirittura di ridefinire gli assetti del capitalismo italiano e del sistema della comunicazione, li si deve certamente contrastare in tutte le forme consentite, senza però considerare come sacrari intoccabili e impenetrabili altre istituzioni finanziarie e giornalistiche. 
L’atteggiamento di alcuni grandi quotidiani, le cui testate sono di proprietà di altrettanti gruppi finanziari e industriali, hanno adempiuto al loro sacrosanto diritto-dovere di cronaca in modo a dir poco unilaterale e interessato, pubblicando alcuni stralci di conversezioni telefonoche, non solo coperte da segreto istruttorio, ma addirittura considerate non rilevanti ai fini dell’inchiesta, da parte dei magistrati. È giusto che si pretenda da parte degli uomini politici il massimo della correttezzae della trasparenza, ma altrettanto si deve chiedere ai mezzi di informazione.
Gli intrecci di interessi finanziari, politici e giornalistici sono in Italia, più che in altri paesi europei, particolarmente diffusi e anche per questo ognuno dovrebbe rispettare le regole, nel proprio ambito di competenza. La posta in gioco è la civiltà democratica del nostro paese e al tempo stesso la modenizzazione del sistema finanziario e capitalistico italiano.

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