La guerra nascosta
di Alberto Stramaccioni
Riportiamo di seguito il testo integrale dell’intervento pronunciato il 31 gennaio 2006 dall’on. Alberto Stramaccioni a conclusione dell’attività della Commissione Parlamentare d’inchiesta sui crimini nazifascisti.
Signor Presidente, Onorevoli colleghi,
dopo la presentazione delle due Relazioni da parte dell’on. Raisi e dell’on. Carli e dopo aver ascoltato il dibattito che si è sviluppato in questi giorni vorrei svolgere alcune considerazioni su almeno quattro punti, che io considero fondamentali per giungere poi a delle valutazioni conclusive. Ma prima di svolgere queste considerazioni vorrei partire da un incontrovertibile dato di fatto. Dalle due Relazioni è emerso un contrasto radicale, profondo sulle risposte da dare alle domande posteci dalla legge istitutiva della nostra Commissione Parlamentare d’inchiesta. Una Bicamerale nominata proprio dal Parlamento italiano per individuare le cause dell’occultamento dei fascicoli relativi ai crimini nazifascisti compiuti in Italia tra il 1943 e il 1945 e che hanno portato ad oltre quindicimila morti.
Dal nostro dibattito sta emergendo una lettura storico-politica radicalmente contrapposta attraverso valutazioni estremamente differenti su periodi e vicende particolarmente importanti della storia italiana, anche dopo la rivoluzione dell’Ottantanove, dalle quali discendono responsabilità politiche e istituzionali altrettanto rilevanti, ai fini del compito che ci è stato affidato dal Parlamento italiano. Vorrei quindi insistere sul carattere storico-politico e storico-giuridico delle profonde differenziazioni che emergono tra la Relazione di maggioranza e la Relazione di minoranza.
La relazione di maggioranza ci propone come dicevo una lettura storico-politica della vicenda italiana, dal dopoguerra in poi, che non risponde alle domande di verità e giustizia che sono richieste non solo dal Parlamento, ma anche da movimenti e associazioni dei familiari delle vittime e in generale dalla coscienza civile del paese.
I. La Relazione di maggioranza si regge su un assunto fondamentale dal quale discende tutto il resto. E l’assunto è il seguente. I crimini nazifascisti vanno valutati come reati politici, sui quali peraltro sono intervenute le amnistie del 1946, del 1959, del 1966 e quindi secondo la Relazione di maggioranza, pur avendo colpito civili inermi, giovani, donne, vecchi e bambini non sono comunque crimini contro l’umanità e perciò stesso imprescrittibili. Sono quindi derubricati a comuni reati politici. La loro imprescrittibilità è stato peraltro stabilita non solo dal Tribunale di Norimberga e dalla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja, ma anche da una precisa e recente sentenza della Corte di Cassazione del 2003, relativa alla vicenda del criminale nazista Priebke.
Siamo quindi di fronte ad un giudizio, quello relativo alla valutazione dei crimini nazifascisti, come reati politici che è per noi inaccettabile, perché nega in radice la vera e propria “guerra ai civili” che è stata organizzata dai comandi tedeschi dopo l’8 settembre, attraverso specifici e particolari ordini impartiti ai suoi ufficiali dal generale Kesserling e messi in atto insieme ai fascisti italiani della Repubblica di Salò e che ha prodotto purtroppo, le stragi con l’efferatezza che sappiamo con migliaia e migliaia di morti.
Se si nega l’esistenza stessa della “guerra ai civili”, naturalmente la vicenda dell’occultamento dei fascicoli con le conseguenti responsabilità della Magistratura Militare e del potere politico e di governo diventano in quest’ottica responsabilità minori, di non grande rilievo giuridico e politico. Questo dato politico del negare l’esistenza di una vera e propria guerra ai civili che peraltro è stato un fatto europeo, non solo italiano (tanti studi e ricerche storiche si sono svolte sull’argomento in diversi paesi europei), esprime un negazionismo storico, una forma cioè di revisionismo che tradisce uno spericolato uso politico della storia.
Non nego di certo il rapporto sempre stretto che è esistito e che esiste tra storia e politica e in fondo come diceva un autorevole studioso, ogni ricostruzione storica, anche quella sulle vicende più lontane nel tempo è in qualche modo contemporanea. Ma se è legittimo o inevitabile un qualche uso pubblico della storia, non è certo sostenibile uno spregiudicato ed infondato uso politico. Perché nel negare la guerra ai civili non c’è dubbio che si fa uno spregiudicato e infondato uso politico della storia.
Se infatti si valutano come reati politici anche i più efferati crimini nazifascisti, si da una chiave di lettura della storia italiana tra il 1943 e il 1945 esclusivamente e sottolineo esclusivamente come una guerra civile tra italiani fascisti e italiani antifascisti. Un conflitto tra due italie che certamente c’è stato, come per primo ha peraltro messo in evidenza uno storico di sinistra, che oggi si direbbe comunista, come Claudio Pavone. Ma la guerra civile che pur c’è stata, rappresenta un aspetto e sottolineo solo un aspetto o una componente quella più generale Guerra di Liberazione Nazionale combattuta nella Resistenza antinazista e antifascista dai partigiani, ma anche dai militari del ricostituito Esercito Italiano, da semplici cittadini, assieme ai soldati angloamericani che hanno certamente dato un contributo particolare e decisivo per la liberazione del paese.
Un movimento di liberazione nazionale che al di là di ogni mitizzazione o ideologizzazione è stato il fondamento politico e culturale della Costituzione e della Repubblica Italiana come giustamente ci ricorda spesso e con ragione il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. E’ quindi chiaro che se i crimini nazifascisti vengono valutati giuridicamente e storicamente come reati politici tutto ciò sottintende che, anche le stragi più efferate sono state in qualche modo la legittima reazione dei nazisti e dei fascisti ad una offesa o come si potrebbe dire oggi, una legittima guerra preventiva, così come d’altronde l’aveva concepita Kesserling per tutelare l’esercito tedesco, che contrastato e sconfitto risaliva la penisola dal Sud al Nord e reagiva all’offensiva angloamericana incontrando anche l’ostilità dei partigiani e delle popolazioni civili.
II. Questo negare il carattere di crimini contro l’umanità non può che attenuare naturalmente il giudizio, invece per noi negativo, sulle responsabilità della Magistratura Militare per non aver celebrato i processi attraverso la messa in atto di una vera e propria pianificazione dell’occultamento. Siamo d’altronde di fronte ad una Magistratura Militare in cui i suoi più alti gradi avevano ricoperto incarichi di rilievo nell’Esercito nel corso del ventennio fascista e poi anche nella Repubblica Sociale Italiana e successivamente si erano particolarmente legati al nuovo potere politico centrista del dopoguerra. Ed era proprio questa magistratura ad essere chiamata a giudicare tanti ufficiali nazisti responsabili delle stragi in Italia, ma anche diversi ufficiali dell’Esercito Italiano imputati per crimini analoghi, compiuti in territorio Jugoslavo o in Grecia tra il 1942 e il 1945.
Questa specie di conflitto di interessi della Magistratura Militare tra giudici militari e militari imputati di gravi crimini, al di là di ogni solidarietà corporativa, voluta dalla tradizione e avallata in qualche modo dall’ordinamento giudiziario è aggravata dal fatto che anche dopo la fine della guerra erano sempre gli stessi militari a dover giudicare i loro colleghi inquisiti magari aderenti anche alla Repubblica di Salò. Questo è un dato politico e giudiziario incontrovertibile confermato anche dal lavoro svolto dalla nostra Commissione, ma a tutto ciò non gli si vuole attribuire la forte rilevanza che invece merita. Forse perché spiega le vere ragioni dell’occultamento dei fascicoli. Alla volontà iniziale delle forze alleate e del governo Parri di procedere alla raccolta di migliaia di istruttorie sui crimini nazifascisti, per poi celebrare i processi, ha fatto seguito, non una semplice negligenza da parte della Magistratura Militare, come si sostiene nella Relazione di maggioranza, ma un occultamento volutamente perpetrato in tanti decenni con le tappe e i passaggi che abbiamo ricostruito ed emblematicamente rappresentato ed iniziato con la cosiddetta archiviazione provvisoria del 1960. Un giudizio questo condiviso anche dall’Associazione Nazionale della Magistratura Militare. Ma questo atteggiamento della Magistratura Militare, dispiace dirlo perché è ancora più grave, è proseguito certamente negli anni settanta e ottanta, ma soprattutto dopo il 1994 allorquando è stato rinvenuto, proprio a Palazzo Cesi sede della Magistratura Militare, il cosiddetto “armadio della vergogna”. Ma sulle responsabilità della Magistratura Militare negli anni novanta la Relazione di maggioranza non fa addirittura quasi nessun cenno. A questo proposito è allora utile ricordare e non dimenticare che proprio sui comportamenti della Magistratura Militare dopo il 1994 ci fu una lunga discussione all’interno della nostra Commissione un anno fa, se non ricordo male, e all’unanimità si decise di inviare alla Magistratura ordinaria un esposto-denuncia proprio per mettere in evidenza le inadempienze della Magistratura Militare. Quello fu un atto particolarmente significativo che oggi però si vuole rimettere radicalmente in discussione.
D’altronde se c’è stata contiguità tra i membri della Magistratura Militare e i militari imputati di crimini e tutto ciò può aver consentito anche la concessione di attenuanti o la prescrizione dei reati in quei pochi processi celebrati prima del 1981, anno delle riforma dell’ordinamento della Magistratura Militare, l’impunità e l’occultamento negli anni successivi non è però in alcun modo accettabile. Con la riforma del 1981, la Magistratura Militare diventava infatti autonoma dal potere politico e si configurava come un potere dello stato che assumeva una sua maggiore rilevanza giudiziaria. E non è quindi certo sostenibile che nel perseguimento dei responsabili dei crimini nazifascisti si possa negare proprio per la Magistratura Militare l’obbligatorietà dell’azione penale, come si fa nella Relazione di maggioranza. Se d’altronde questa interpretazione dovesse trovare fondamento farebbe emergere solo una volontà tutta politica, da parte della Magistratura Militare di lavorare cioè per una malintesa pacificazione nazionale, dove vittime e carnefici risulterebbero essere sullo stesso piano in spregio ai valori della verità e della giustizia. E in più la Magistratura Militare verrebbe così considerata del tutto asservita a quel potere politico che voleva proprio la pacificazione nazionale negli anni più duri della rinascita e della guerra fredda, ma per meglio combattere il crescente espansionismo sovietico dopo la discesa della “cortina di ferro” sull’Europa. E poi soprattutto dopo il 1981 la stessa Magistratura Militare non potrebbe che essere considerata acquiescente, quanto meno a quel potere politico che intendeva lasciare nel dimenticatoio la guerra ai civili e i crimini nazifascisti perpetrati. Ma da questo potere politico la Magistratura Militare aveva il diritto-dovere di considerarsi autonoma ed esercitare quindi l’obbligo dell’azione penale.
III. Vengo ora alla questione che mi sembra particolarmente rilevante ai fini della comprensione delle ulteriori ragioni dell’occultamento dei fascicoli per la non celebrazione dei processi. Ed è la questione del ruolo dei Servizi Segreti in Italia come in Germania e negli altri paesi dell’Alleanza Atlantica. Una vicenda nuova che il lavoro di indagine della Commissione ha avviato e che non era facile e non è facile approfondire per tante, anche in parte comprensibili ragioni. Ma credo che in un sistema politico democratico debba essere sempre più trasparente il lavoro dei servizi di intelligence, fatte salve naturalmente le prerogative di segretezza e riservatezza che la loro attività esige e comporta.
La relazione di maggioranza considera già noto tutto a proposito del rapporto di collaborazione tra gli ufficiali nazisti e la Cia, per contenere l’espansione sovietica nei paesi dell’Europa occidentale. E considera già noto tutto in relazione al sistema di copertura che la Nato, ha generosamente elargito a quei militari nazisti considerati responsabili di crimini efferati come quelli compiuti dal capitano Theodor Saevecke, colpevole della fucilazione di quindici ostaggi a Piazzale Loreto, poi reintegrato nella polizia tedesca. Un ufficiale che non si è voluto mai processare.
Certamente alcuni casi erano già noti come in particolare quello del colonnello nazista Ghelen che passò direttamente con i suoi collaboratori alla Cia portando con se importanti documenti sull’Urss. Ma con la nostra relazione si mette in evidenza in particolare il ruolo svolto da Joseph Luongo dei servizi segreti americani che cooptò ex ufficiali nazisti come Karl Hass responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine con Priebke e Keller, tutti stretti collaboratori di Kesserling, ed ex repubblichini in una struttura americana che nel nord est svolgeva attività informativa e di sicurezza in funzione anticomunista, proprio negli anni della strategia della tensione e cioè negli anni sessanta e settanta. E tutto questo emerge anche da un’indagine della Magistratura ordinaria in relazione all’attività di un gruppo di estrema destra come Ordine Nuovo. Lo stesso Luongo era in rapporti diretti con il Ministero degli Interni del nostro paese e sarà interessante approfondire l’insieme delle relazioni tra il Sifar e il Sid e alcuni personaggi come Luongo, sempre tutelati dai funzionari dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno.
Non considererei quindi irrilevante in questo quadro il fatto che la nostra Commissione abbia acquisito presso l’Archivio del N.a.r.a. negli Stati Uniti un fascicolo sul maggiore Karl Hass qualificato come importante collaboratore del CIC, un servizio di informazione militare Usa, e del Ministero dell’Interno italiano e del Sifar proprio negli anni in cui la Magistratura Militare italiana avrebbe dovuto processarlo, per le sue responsabilità nelle stragi.
Ma accanto all’arruolamento degli ex nazisti nei Servizi Segreti Usa, dal lavoro della Commissione si conferma la collaborazione di ex appartenenti alla XMas di Junio Valerio Borghese tramite James Angleton un agente Usa alla O.S.S. prima e poi alla Cia e successivamente in una organizzazione della Nato quale è risultata la Stay Behind, della cui rete faceva parte l’organizzazione italiana denominata Gladio.
In questo quadro c’è da rilevare che, come risulta dai fascicoli molti militari della XMas vengono indicati come responsabili dei crimini di guerra e non è escluso che proprio per la loro collaborazione nei Servizi Segreti Usa non siano stati poi processati.
L’insieme dei dati acquisiti sul ruolo e la presenza dei Servizi Segreti Usa in Italia negli anni dell’immediato dopoguerra ci sollecitano inoltre ad approfondire le modalità di ricostituzione dei nostri servizi segreti che nascono ufficialmente con il Sifar il primo settembre del 1949 e non prima. Anche questo è un dato politicamente significativo, perché la ricostituzione avviene dopo la rottura con le sinistre e il Sifar rinasce sulle ceneri del vecchio Sim, il Servizio di Informazione Militare, nato durante il regime fascista e da cui eredita uomini e strutture. Il Sifar nasce nel 1949, ma senza alcun dibattito parlamentare e semplicemente con una circolare interna del Ministro della Difesa di allora, Randolfo Pacciardi, noto per il suo particolare filoatlantismo.
Qui non si vuole certo ripercorrere la storia dei Servizi Segreti italiani almeno fino alla riforma del 1977, ma non è certo una grande novità poter affermare, anche perché ci sono state tante inchieste della magistratura sull’argomento, che i diversi tentativi di colpo di stato avvenuti in Italia nel 1964, nel 1970, 1973-74 hanno visto coinvolti a vario titolo i Servizi Segreti o parti o personaggi di essi, in azioni operative o nei tanti depistaggi delle inchieste sulle stragi a partire da Piazza Fontana in poi e comunque in azioni destabilizzanti orientate alla linea ben nota del destabilizzare per stabilizzare. Non sarebbe quindi ininfluente conoscere modalità soggetti e forme di reclutamento degli operatori dei servizi segreti nell’immediato dopoguerra e negli anni successivi per valutare chi di questi abbia fatto parte della Repubblica Sociale Italiana o sia considerato responsabile di stragi o crimini compiuti da soli o insieme ai soldati nazisti. Ma su questo punto il senatore Andreotti, anche da me interpellato, nel corso dell’audizione presso la nostra Commissione è stato particolarmente sfuggente e reticente.
IV. Vengo al quarto e ultimo punto, quello relativo alle responsabilità politiche dell’occultamento dei fascicoli per le quali non invocherei di certo la “ragione di stato” pur nel contesto della situazione internazionale negli anni della guerra fredda e del riarmo tedesco in funzione antisovietica. Un contesto che avrebbe consigliato, secondo un comune sentire, come si sostiene nella Relazione di maggioranza, l’occultamento e cioè il non perseguimento dei crimini compiuti dal cosiddetto soldato tedesco.
Non vorrei che anche qui si facesse strada una tesi storico-politica secondo cui l’Italia era un paese a “totale sovranità limitata” rispetto al contesto internazionale e in particolare a quello euroatlantico. Non sarò certo io a negare la forte influenza degli Stati Uniti d’America sulle decisioni politiche attuate in Italia dal 1943 al 1948 e negli anni successivi. L’Italia da paese nemico a paese alleato, ma con l’inaffidabile rango cobelligerante, non era certo considerato un paese vincitore della seconda guerra mondiale. Purtuttavia non vorrei che non riconoscessimo, alle rinate istituzioni democratiche italiane, anche se fragili, alcuna autonomia, anche prima della firma del Trattato di Pace di Parigi del 1947. Avevamo le responsabilità politiche tipiche dei governanti di uno stato sovrano, con un suo Parlamento liberamente e democraticamente eletto nel 1946 e quindi eravamo nella condizione politica e storica di poter far fronte a tutte le decisioni di politica interna e internazionale. E’ stata quindi giustamente accertata una precisa responsabilità politica dei governi italiani, soprattutto dalla la fine del 1947, nel non dar corso alle richieste di estradizione da parte di altri paesi, Jugoslavia e Grecia, di militari italiani, quali presunti criminali di guerra. D’altronde nello stesso periodo il governo italiano si trovava nella imbarazzante situazione di dover procedere contestualmente alla richiesta per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi. Tra queste due opposte esigenze si è in qualche modo abdicato alla responsabilità politica propria dei governi lasciando ad alti ed importanti rappresentanti dello Stato a vari livelli, come funzionari e giudici, da Magistrati a Zoppi, da Mirabella a Santacroce, di occuparsi delle scottanti questioni. I personaggi che ho appena citato ed altri avevano tra l’altro la particolare caratteristica di essere stati tutti o quasi tutti rappresentanti dello Stato, che già in epoca fascista avevano rilevanti responsabilità direttive nei Ministeri, nella Magistratura e nell’Esercito fino alla adesione poi anche alla Repubblica di Salò.
Inoltre dalla documentazione acquisita agli atti della Commissione risulta che l’azione congiunta della Magistratura Militare e dell’autorità politica in particolare il Ministero della Difesa nel 1957, ha impedito che si svolgessero i processi per l’eccidio di Fossoli e quello della Divisione Aqui a Cefalonia, procedimenti peraltro avviati dalle Procure Militari territoriali e non certo dalla Procura Generale. A confermare questo orientamento politico è l’oramai noto carteggio Taviani-Martino del 1956-57 e la vicenda Liebbrand del 1962-63. Dalla lettura di questi documenti emerge un collegamento esplicito tra l’occultamento dei fascicoli sui crimini nazifascisti e la volontà di non compromettere l’immagine dell’esercito tedesco nel momento della sua ricostituzione.
Non è d’altronde un caso che dopo la cosiddetta Archiviazione Provvisoria nel 1960, nel 1964 viene catalogato e sistemato l’Archivio con i fascicoli pronti per i processi e solo in parte inviati alle Procure Militari, ma solo nel 1971 si da formalmente conto dell’esistenza dello stesso Archivio al Ministero della Difesa. Ma tutto rimane sepolto fino al ritrovamento del cosiddetto armadio della vergogna nel 1994. E anche dopo questa data emergono, come già detto, le gravi responsabilità della Magistratura Militare.
Responsabilità politiche e responsabilità della Magistratura Militare si evidenziano quindi con grande chiarezza in modo oggettivo e non c’è bisogno di invocare complotti o congiure. Chi ritiene di dover attenuare o spiegare il tutto nel contesto del clima internazionale di quei tempi non può comunque giustificare l’abdicazione verso i diritto-doveri propri di uno Stato e di una nazione sovrana da parte della classe dirigente e di governo.
V. Sulla base di quanto detto signor Presidente e onorevoli colleghi io credo che si debba concludere il lavoro della nostra Commissione tenendo innanzitutto conto dei risultati documentali concreti, acquisiti in tante audizioni e missioni che portano a nostro avviso ad esiti univoci, modificabili certo in alcune parti, ma non nell’impianto interpretativo centrale che ho cercato di illustrare. In questi due anni si è svolto un lavoro particolarmente importante anche con l’acquisizione di migliaia e migliaia di documenti che possono e debbono diventare a nostro avviso il materiale fondamentale per dar vita ad una istituzione, una Fondazione della Memoria per ricordare la vergogna della guerra ai civili. L’Unione di centrosinistra ha dato il suo rilevante contributo all’insieme del lavoro svolto con i suoi commissari ed anche grazie all’attività dei consulenti che vogliamo sinceramente ringraziare.
Il dato però è che con la Relazione che ci propone la maggioranza si arretra di molto rispetto alle acquisizioni a cui era giunta l’Indagine Conoscitiva della Commissione giustizia della Camera dei Deputati nella XIII legislatura. E si arretra anche rispetto agli esiti dell’Indagine condotta dal Consiglio della Magistratura, resa nota nel marzo 1999, dagli esiti peraltro in parte discutibili. Si è scelta la strada di considerare reati politici quelli che sono invece crimini contro l’umanità si è inteso negare ogni occultamento e responsabilità della Magistratura Militare e del potere politico. Ora io credo che al di là di ogni interpretazione polemica la maggioranza di centrodestra con la sua relazione tenti una riscrittura di pagine importanti della storia nazionale che noi non possiamo in alcun modo condividere. Si parla da più parti della necessità per il paese di avere o comporre una storia o una memoria condivisa, o il più possibile condivisa. Un’aspirazione e un obiettivo spesso ripetuto e sollecitato dal Presidente della Repubblica, convinto com’è, che una forte e solida identità nazionale si basa su una interpretazione storica del passato, condivisa. Ma la ricostruzione storico-politica che ci viene presentata con la Relazione di maggioranza relativa alle vicende più significative del nostro passato nazionale è profondamente divisiva. Non vorrei, come non mi auguro, che il centrodestra avesse scelto una linea di riscrittura della storia nazionale ispirata da quel simbolico disegno di legge presentato da un senatore di Alleanza Nazionale che intende ottenere l’equiparazione giuridica tra i partigiani e i repubblichini di Salò, mentre il governo in carica ha ridotto i contributi per le associazioni partigiane e per le celebrazioni delle manifestazioni, nella ricorrenza della Liberazione nazionale e dopo aver tentato di riscrivere i Manuali di Storia soprattutto quella del novecento italiano.
Spero ed auspico tuttavia che non tutte le componenti della Casa delle Libertà se la sentano di condividere questa impostazione e in particolare le conclusioni a cui è giunta la Relazione presentata dall’on. Raisi.
E’ pur vero che siamo al termine di una legislatura particolarmente conflittuale tra i due schieramenti, che non ha paragoni nella storia del Parlamento repubblicano e siamo nel corso praticamente di una campagna elettorale. Ed in questi mesi forse, non c’è stata la necessaria attenzione dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione sul nostro lavoro, ma non per questo possiamo sentirci meno responsabili rispetto al compito che ci è stato affidato dallo stesso Parlamento italiano. Su questioni così importanti, legate alla storia e all’identità del paese e al bisogno di memoria, verità e giustizia per tante vittime innocenti sarebbe auspicabile che si potesse trovare una conclusione dei nostri lavori il più possibile condivisa.
Grazie Signor Presidente.
Roma, 31 gennaio 2006





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