Umbria, una regione da modernizzare

Dove va l’Umbria? Interviene Alberto Stramaccioni, deputato Ds

di Alberto Stramaccioni

Gran parte delle argomentazioni sostenute dal Segretario della Cisl Pierluigi Bruschi sono condivisibili ed hanno un valore significativo proprio perché sostenute da un dirigente di un sindacato particolarmente rappresentativo ed organizzato anche in Umbria. 
La nostra regione ormai da molti anni sta attraversando un periodo di transizione dopo la fase di deindustrializzazione degli anni ottanta seguita a quella della crescita economica e sociale degli anni settanta. Una fase di transizione che dura dai primi anni novanta di fronte alla quale non è ancora chiaro lo sbocco.
Questioni economico-sociali si intrecciano con la dimensione politico-istituzionale di una regione con una lunga tradizione di governo della sinistra e del centrosinistra.

La sfida aperta per tutte le forze politiche e sociali è quella di prefigurare con maggiore concretezza una fuoriuscita da una transizione caratterizzata contemporaneamente da fenomeni di crisi e sviluppo modernizzando l’assetto economico produttivo e rendendo più incisiva la pluralità della rappresentanza politico-istituzionale.

OCCORRONO POLITICHE DI COOPERAZIONE
L’era della globalizzazione apre anche ad una regione come l’Umbria una grande sfida per riuscire a svilupparsi in tempi di forte competitività internazionale. Serve infatti competere non solo tra imprese, ma tra sistemi territoriali. Le nostre economie dei luoghi devono strutturarsi in geocomunità territoriali in rapporto con i flussi globali per reggere la competizione. Una geocomunità territoriale in grado di andare dal locale al globale si caratterizza per i dati sull’export, per gli investimenti diretti in entrata e in uscita e non più solo per la solidità economica, quando c’è, delle imprese familiari piccole e medie. La capacità di competere di un territorio dipende in sostanza dalla solidità delle reti che accompagnano il produrre, così come il commercializzare. 
Può una dimensione territoriale economica e sociale come quella umbra rappresentare una geocomunità avanzata e moderna come sarebbe necessario? Sì, ma solo a condizione che non si affronti ancora la questione secondo vecchie logiche autarchiche e con forti pretese di autosufficienza. Occorre quindi muoversi con più determinazione verso politiche di cooperazione europee, nazionali e interregionali per costruire una prospettiva di sviluppo nel contesto di un federalismo aperto, solidale e cooperativo.

LA RIFORMA MANCATA
Forse l’Umbria oggi più di altre regioni è interessata a questo processo, proprio perché una fase del suo sviluppo, grazie ad un irripetibile flusso di spesa pubblica, – come ci ricorda anche Bruschi – sembra esaurirsi definitivamente, senza che il suo sistema produttivo si sia modernizzato e gli squilibri territoriali e settoriali siano stati superati. Era naturalmente un’illusione che questo insieme di problemi potesse affrontarsi e risolversi solo ed esclusivamente con un nuovo flusso di spesa pubblica. Si sarebbe dovuto impostare una sorta di autoriforma regionale, coinvolgendo con determinazione l’insieme della classe dirigente in questo cambiamento e cominciando a fare innanzitutto i conti con il consistente divario esistente tra il prodotto interno lordo regionale e l’insieme della spesa, sociale, sanitaria, burocratico-amministrativa. Un divario, piuttosto consistente, che avrebbe dovuto indurre ad una certa preoccupazione soprattutto nel quadro di una effettiva modernizzazio-ne in senso federalista dello Stato italiano. Aumentare la ricchezza prodotta in ambito regionale assieme al contenimento della spesa e alla riduzione degli sprechi sarebbero dovuti essere i punti di orientamento fondamentali per il lavoro delle classi dirigenti della comunità regionale. Quando alla metà degli anni novanta si posero con forza queste esigenze tutto si disperse in iniziative sporadiche, scollegate da un disegno di modernizzazione più generale. Nel 1997 poi, anche dopo l’evento sismico, più o meno inconsapevolmente si è tornati alla vecchia strada della promozione e del sostegno allo sviluppo attraverso gli investimenti quasi esclusivi del governo centrale, per la ricostruzione e per alcune importanti opere pubbliche infrastrutturali. Nella sostanza si è abbandonata ogni ipotesi riformista che, fondandosi sulle potenzialità programmatiche e legislative della Regione, potesse avviare un vero e proprio processo di modernizzazione dell’Umbria, dentro la dimensione interregionale dell’Italia centrale, che pure era stata giustamente individuata come elemento di cerniera tra un Nord sviluppato con piena occupazione e un Sud in cronica difficoltà, ma con forti potenzialità espansive.
Oggi se possiamo considerare sostanzialmente positiva la ricostruzione dopo il terremoto, dobbiamo però ammettere che si è persa l’occasione per un ammodernamento più generale dell’insieme del sistema produttivo regionale, anche perché sembra esaurita ogni spinta riformatrice.
Se si vuole invertire la tendenza a partire dal piano politico-istituzionale è oggi più che mai necessario cominciare dalla modifica del titolo quinto della Costituzione per lavorare ad un rafforzamento della dimensione legislativa degli interventi regionali. Governare in maniera più o meno soddisfacente l’esistente, sperando nel sostegno della spesa pubblica, sembra essere invece l’obiettivo quasi esclusivo dell’insieme delle Amministrazioni Pubbliche umbre. Ugualmente in una parte delle forze sociali e nel mondo imprenditoriale si vive di riflesso questa situazione e si attenuano le spinte innovative indispensabili per la crescente competizione nazionale e internazionale.
Per rispondere ai problemi antichi e nuovi dell’Umbria, dei suoi squilibri e delle sue fragilità, occorre dunque far crescere il tasso di sviluppo ed il prodotto interno, rendendo competitivo l’intero sistema. Per questo è fondamentale la collaborazione tra l’intervento pubblico e l’iniziativa privata che deve essere alla base di questa prospettiva di nuova modernizzazione. In questi ultimi anni non sono mancate le occasioni proprio perché l’Umbria ha potuto disporre di ingenti finanziamenti pubblici, dai fondi per il terremoto a quelli comunitari, ma la storica fragilità economica della regione è rimasta inalterata.

SERVE UN NUOVO BLOCCO SOCIALE
Occorre quindi mettere in discussione innanzitutto un vecchio sistema di potere che rischia di essere un freno allo sviluppo moderno dell’Umbria. Il blocco sociale tradizionale che ha sostenuto negli ultimi decenni la sinistra è in crisi perché rappresenta sempre di più solo alcuni settori e gruppi sociali, in particolare gli impiegati della Pubblica Amministrazione, i lavoratori dipendenti di settori produttivi tradizionali, i pensionati, una parte piccola del mondo delle imprese, che tra l’altro vive quasi prevalentemente sui flussi della spesa pubblica.
Servono allora un nuovo blocco sociale e una nuova alleanza per lo sviluppo e la modernizzazione dell’Umbria che rappresentino anche gli interessi di un mondo che oggi è fuori dal circuito politico ed istituzionale. Innanzitutto quel sistema delle piccole e medie imprese, dell’artigianale, del commercio e dei settori più innovativi dell’industria, che vivono nella competizione, contando sulle proprie forze, senza stampelle finanziarie pubbliche e assieme a loro l’insieme delle libere professioni, di una intellettualità diffusa, di tante migliaia di lavoratori atipici che anche in Umbria sono in una condizione di marginalità e di separazione dal contesto politico ed amministrativo, pur avendo alti livelli di specializzazione professionale ed intellettuale.
Per coinvolgere queste forze, che mancano anche di rappresentanza politica, occorre un progetto di nuova modernizzazione dell’Umbria che tenga insieme sviluppo e diritti, crescita e giustizia sociale. E questo progetto si potrà realizzare solo con una vera alleanza riformista che punta a rappresentare una nuova alleanza sociale, anche perché ha un qualche fondamento l’analisi che vede nella crisi del tradizionale modello politico e sociale delle cosiddette regioni rosse una particolare crisi di rappresentanza della sinistra oggi, in una società in grande trasformazione.
Si trattai quindi di lavorare innanzitutto per una profonda riorganizzazione delle forze politiche e sociali per renderle capaci di interloquire e rappresentare quell’insieme frammentato della società civile non più strutturata nelle tradizionali classi o categorie sociali.
E se un sindacato come la Cisl è realmente consapevole dell’insieme delle questioni che lo stesso Bruschi ha posto c’è speranza di un futuro migliore per l’Umbria.

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